• Ago
    20
    2013

Album

Columbia Records

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Earl Sweatshirt è uno dei personaggi più controversi e misteriosi del rap contemporaneo. Nel lontano 2010, grazie a due mixtape ormai leggendari, riuscì a concentrare l’attenzione del pubblico sull’allora misconosciuta crew Odd Future, per poi divenire, mano a mano che gli altri membri si affermavano come artisti talentuosi, il grande presente-assente di ogni uscita targata O.F.. Un immenso, giovanissimo, talento di cui però si sono avute pochissime tracce sin dalla sua scomparsa dalla scena per ritirarsi in un centro per adolescenti problematici a Samoa. Alcuni timidi segnali di ritorno hanno contribuito a rendere questo Doris uno degli album più attesi degli ultimi anni, impressione marchiata a fuoco nella nostra coscienza dal singolo, devastante, Chum, ormai nel 2012.

L’ottima produzione di Doris chiama in causa nomi importanti: RZA, Neptunes, Badbadnotgood, e, ovviamente, Tyler, The Creator, ma la sorpresa più piacevole è scoprire che in gran parte il disco è stato prodotto da Earl stesso, con esiti più che felici, come in Hive e Chum, due dei pezzi più forti del disco. Ad ogni modo, che siano gli scenari spaghetti western di Hoarse, i bassi inquietanti di Burgundy o la melodia bizzarra di Molasses, le tracce rimangono comunque ben dentro l’orizzonte stilistico già indagato col disco dell’amico Mac Miller: quello di un disco hip hop dagli arrangiamenti minimali e sottilmente sinistri. Drumming boom bap dal piglio un po’ jazzy, bassi pulsanti e ipnotici e molti inserti pianistici fanno da proscenio poco invadente al vero spettacolo, che è quello del flow malatissimo di Earl.

Earl e soci confezionano un album hip hop quasi “cantautorale”, in cui gli arrangiamenti vanno solo a completare la voce interessante, ricca di coloriture blues, di Earl, e i suoi complicati intrecci di parole. Cantautorale, inoltre, anche perché Earl si dimostra l’unico rapper della sua generazione che, oltre a possedere doti tecniche fuori dal comune è in grado di andare oltre le solite punchline argute (comunque presenti) per estendere il proprio universo tematico fino a un racconto spassionato dei propri incubi, delle proprie insicurezze e frustrazioni. Dal rapporto col padre che lo ha abbandonato in tenera età alla dipendenza dalle droghe, Earl si mette a nudo creando un flusso di coscienza denso e difficilmente penetrabile da un orecchio poco allenato (prescrittivo l’utilizzo di rapgenius).

Forse è questa la croce e delizia di un disco per certi versi ottimo, per altri imperfetto. Il flow di Earl è verboso e complicato, complice l’assenza di arrangiamenti coinvolgenti o ritornelli memorabili che rende questo disco faticoso da digerire, un affare per orecchi pazienti. Del resto nessuno ha mai detto che sarebbe stato gradevole entrare negli incubi di una persona problematica e tormentata come Earl. Un disco poco adatto a chi è abituato a buttar giù a memoria i singoli di Rick Ross e French Montana, e che trova invece un pubblico di eletti tra gli ascoltatori di hip hop più pazienti e open minded e in chi, invece, con l’hip hop c’entra poco o nulla ma non disdegna un ascolto impegnativo e, alla lunga, decisamente appagante.

22 Agosto 2013
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