Recensioni

7.2

Eartheater è il moniker di Alexandra Drewchin, che per il suo terzo album approda in casa PAN, etichetta sempre molto attenta alle proposte musicali seminali. In questo IRISIRI la Drewchin mette in un angolino la presenza ingombrante delle sonorità psichedeliche che hanno accompagnato la sua carriera sin da quando militava nel collettivo Guardian Angel capitanato da Greg Fox, pur mantenendone il lato più concettuale e “fisico”.

IRISIRI è un lavoro tosto, che ha bisogno di più ascolti e ci costringe a riportare indietro le lancette dell’orologio ai tempi in cui sul comodino avevamo poche decine di dischi e li conoscevamo così bene da ricordare i secondi di pausa tra le diverse canzoni. Si avverte una profonda evoluzione nella produzione rispetto ai due album precedenti Metalepsis e RIP Chrysalis, usciti nel 2015 a distanza di pochi mesi per la Hausu Mountain Records. Non si sente più quella patina DIY da musicista autodidatta, la costruzione dei brani si è fatta ricercata e matura, con molto più beat ed esplorazione delle capacità delle macchine, una drum machine che si è fatta più appariscente, le composizioni più caotiche e allo stesso tempo maggiormente equilibrate e, non ultimo, l’arpa suonata dall’amica Marilu Donovan a conferire quel quid di analogico. Dal punto di vista sonoro potrebbe essere un disco dream pop concepito durante la visita notturna a un cimitero abbandonato, sotto l’effetto di sostanze allucinogene.

Alexandra Drewchin è per certi versi la Laurie Anderson del terzo millennio: il background culturale fonda le radici sempre in quel melting pot culturale che è New York, anche se per lei è totalmente diverso il percorso di crescita, non ha frequentato gli ambienti un po’ snob dell’avanguardia newyorchese degli anni ‘70 costruiti sulle performance nate da un mondo analogico ed astratto; ha vissuto la sua adolescenza in una fattoria nell’America profonda, ed è diventata una nativa digitale solo con il suo trasferimento nella Grande Mela, assorbendo tutte le contraddizioni e le alienazioni della vita nelle grandi metropoli nel 21° secolo. I suoni e le sensazioni che restituisce questo album sono quelli dell’angoscia della vita nelle metropoli, i rumori e gli spazi claustrofobici delle subway, la solitudine e l’isolamento nella propria camera, la vita in ambienti urbani fortemente misogini, l’uso di psicofarmaci e sostanze allucinogene, la necessità di elaborare la moltitudine di informazioni che travolge le nostre vite.

In MTTM lei riesce a far convivere i campionamenti di Children di Robert Miles e di un hammond jazz degli anni ‘70 alla Joe Zawinul su una base di percussioni tribali, che riportano alle derivazioni schizoidi di John Zorn ai tempi di Torture Garden. Inhale Baby è uno dei momenti più surreali e cinematografici del disco, in cui collabora con il duo spoken word Odwalla1221: se chiudete gli occhi vi sembrerà di essere finiti dentro un film horror, mentre venite rapiti da una voce che recita come un mantra «There’s so much stuff coming out of my skirt».

I testi di IRISIRI non sono semplici da gestire per un ascoltatore non americano, sono carichi di simbolismo e zeppi di giochi di parole. Lo stesso titolo dell’album è un palindromo che gioca con la parola “iris” specchiata dentro la pupilla, il titolo del brano C.L.I.T. è l’acronimo di “Curiosity Liberates Infinite Truth”, tema portante di questo album, ma anche un chiaro riferimento sessuale. Sessualità e femminismo sono concetti di cui è intriso questo lavoro, un femminismo ben distante degli stereotipi del secolo scorso e ben più vicino alle tematiche del mondo queer, quindi inteso come risposta alla misoginia e strumento di scoperta del proprio corpo. Il disco si chiude con OS In Vitro, dove ci ricorda che “These tits are just a side-effect – You can’t compute her”, come per riconoscere l’effetto mitigato della tecnologia e della sessualità di fronte a un più alto significato di sé. Come nota l’attento The Wire #413, ci sono analogie con A Cyborg Manifesto di Donna Haraway, che intendeva superare i vari femminismi dell’epoca indagando sui confini sempre più sfumati tra umano, macchina e animale, arrivando a preconizzare un nuovo mondo dove rifugiati e sopravvissuti dalla devastazione globale provocata dall’uomo si sarebbero uniti per formare “A Brave New World”.

Ci sono anche delle parti più “facili” e quasi pop: in Switch la voce di Alexandra diventa sognante e viene usata come un vero e proprio strumento replicando le tecniche di canto delle donne amazzoniche, Trespasses è quasi una canto religioso che improvvisamente muta in un finale trance senza drop. Anche la sezione videografica che accompagna il lancio dell’album è carica di simbolismo. Il suo omaggio ai cavalli e alla loro importanza nella cultura occidentale nel video di Inclined, che ha come base portante un campionamento di “La bella e la bestia” di Disney, quasi ricorda la sua adolescenza come stalliere nella fattoria di famiglia.

Alexandra Drewchin non fa mistero di essere una fan accanita di Terence McKenna e della sua idea di interpretare l’evoluzione attraverso l’uso controllato di allucinogeni. Questo è probabilmente il tentativo di fondo di questo disco: un viaggio controllato in un “bad trip” per elevare la propria conoscenza. Sta a voi decidere se stare al gioco e tuffarvi in questa esperienza.

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