• Gen
    01
    2005

Album

Cooking Vinyl UK

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Ian McCulloch che trascina per una città diroccata il chitarrista Will Sergeant degli Echo ‘storici’. Questo è Siberia: un viaggio ovattato che, se non altro, preserva i due dai ciottoli più taglienti, presi come sono a ripescare dal passato, alla ricerca di un lembo di Crocodiles, di un soffio di Heaven Up Here.
Rivendicava per questo progetto un’immediatezza in fase di composizione e arrangiamento, il caro Ian, immediatezza che svaporò in realtà dopo Ocean Rain, dietro soluzioni orchestrali talvolta assai tronfie. Qualcosa di simile agli XTC quando finiscono per lasciarsi prendere la mano dall’ombra dei Beatles. Si dica: con questo Siberia i nostri sottolineano, per chi non se ne fosse accorto, di essere padri indiscussi dell’esistenzialismo da top-ten di Coldplay e affini.

Come al solito la carta ‘singolo’ è giocata con precisione: Stormy Weather promette ancora una volta un pop malinconico e magari qualcosa in più (così come Nothing Lasts Forever in Evergreen del ‘97), rivelando però, dietro l’angolo, un album assai modesto. Parthenon Drive punta su una reminescenza di toni psichedelici pronto-cassa. La chitarra di In The Margins ricorda il violino di Warren Ellis nella dolente Time Jeum Transeuntum Et Non Riverentum di Nick Cave a tal punto che si capitombola in un paragone nel quale gli Echo perdono la faccia. Ascoltando Everything Kills You viene da non crederci, preferendo magari la più comunicativa The Drugs Don’t Work di quella meteora che furono i Verve.

Visti i tanti travagli subiti dal gruppo di Liverpool in più di 25 anni di carriera, non stupisce ascoltare una voce ormai incapace di suonare diversa dal pur piacevole belato, creando quel timbro che in molti abbiamo amato. Purtroppo, brani potenzialmente esplosivi come Scissors In the Sand non decollano come vorremmo e le pulsioni semi-oscure di Of A Life non ti spingono a volerne ancora. La titletrack scorre come un bicchiere d’acqua, ma non lascia il segno e gli altri pezzi non menzionati sono niente più che esercizi di padronanza del vocabolario pop. A chiudere fiaccamente la ballata per piano e occhi lucidi What If We Are?, che nasce certamente dalle più sincere intenzioni, ma si smarrisce in un universo ormai trasbordante di pezzi generati dalle variazioni di Let It Bee nei quali la parola ‘love’ è abusata fino a quando non si ammoscia su sé stessa. Fino a quando non significa più un granché. Per quanto ci si ostini a rispolverarla.

1 Gennaio 2005
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