• Nov
    23
    2018

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Point Of Departure Recording Company

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Lo strumento d’elezione di Ed Harcourt è stato fin dall’infanzia il pianoforte. Tutto è cominciato con le sue manine di bambino che si posavano sui tasti di un Hopkinson Baby Grand della nonna, imparava a suonare e poi scriveva le prime canzoni. Al punto che su quel pianoforte Ed Harcourt ha scritto i brani dei suoi primi tre dischi, compreso quell’Here Be Monster subito graziato da una nomination al Mercury Prize nel 2001, e il successivo fortunato From Every Sphere di due anni dopo. Su quel pianoforte si è guadagnato la fama di songwriter versatile, inserendosi immediatamente in quella zona grigia tra mainstream e non che ha caratterizzato l’inizio degli anni Zero.

Il suo talento è indubbio, ma anche nel prosieguo della carriera, nonostante la vulgata lo voglia erede di Paul McCartney Bob Wilson, a noi è sempre sembrato intinto nella stessa melassa, giusto meno glitterata, di Rufus Wainwright. Sia come sia, il pianoforte ritorna perché dopo un album che potremmo definire massimalista all’interno della sua produzione, Harcourt sforna un disco senza parole, più vicino alla musica da film e alla chamber che non al pop di cui si è nutrito finora. L’album in questione, il precedente Furnaces, non ha avuto la fortuna che il suo autore si aspettava, facendogli forse fare un po’ la figura del rosicone, ma ha l’immediato side effect di spingerlo di nuovo sui tasti di un altro Hopkinson Baby Grand per tirare fuori un lato sconosciuto della sua ispirazione e forse uno dei suoi lavori migliori in assoluto.

Certo, anche in questo caso bisogna un pochino prendere con le pinze le roboanti dichiarazioni sulle fonti di ispirazione. Perché più che Debussy, Mozart e compagnia classicheggiante alta, qui si sente tanta soundtrack e un Satie filtrato attraverso il suo mito pop, cioè senza spostarsi  dalle Gymnopedie neanche per sbaglio. Dei contemporanei minimalisti come un Philip Glass tirato in ballo dallo stesso Harcourt si sente forse un vago odore di fondo (giusto, per esempio, nella ciclica e ovattata Faded Photographs su sui si poggia una leggera linea un po’ facilona di voce sintetica). A parte il piano, ci sono pochissimi interventi di archi (Keep Us Safe e Beneath the Brine, dove compaiono moglie e cognata), lasciando tutto il peso dei brani sulle spalle dell’armonia e dell’atmosfera creata dal piano. Il risultato, forse a tratti un po’ scontato, è comunque un disco che non prende la via diretta, ma si lascia affascinare da modi circolari e sottili per dire quello che ha da dire, più alludendo che altro. Non ce lo aspettavamo e non è detto che non sia una strada più fertile da seguire in futuro.

23 Novembre 2018
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