• Feb
    24
    2017

Album

Woodworm

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In Graziosa utopia sono musica e arrangiamenti a convincere fino in fondo, grazie al lavoro dello stesso Edda ma anche di Fabio Capalbo (produzione artistica e batteria), Luca Bossi (produzione artistica, basso, chitarre, rhodes, sintetizzatori, tastiere, pianoforte), Carlo Sandrini (arrangiamenti archi) e di tutta una serie di valenti musicisti (Killa, Sebastiano De Gennaro, Davide Tessari, Silvia Colli, Massimo Piredda, Silvio Malinverni, Angelo G. Mauro) e ospiti (Giovanni Truppi e Federico Dragogna) chiamati ad arricchire il suono di un disco cesellato e piuttosto “pensato” dal punto di vista arrangiativo. Spaziale è un’apertura che lascia di sasso: un Edda intensissimo che si sgola su un intimismo costruito su una chitarra acustica trasparente e uno sfarfallio di synth sullo sfondo. Dalla canzone emerge anche una smussatura nei testi abbastanza atipica per il musicista milanese, abituato solitamente a deragliare seguendo la Babele del suo istinto, e qui invece compìto, quasi domato da un cantato che va per sottrazione. Una delle vette del disco. La stessa quadratura si può rintracciare anche in una successiva Signora che interpreta a meraviglia il (non)rock in bilico «tra tradizione italiana anni ‘70-‘80 e pop rock internazionale contemporaneo» a cui vorrebbe aspirare il disco, un brano in cui lo stesso Edda si concede nel cantato un unico svolazzo pittoresco (la rima «porompopero / ne facciamo a meno») in un clima generalmente controllato.

Migliore e più sorprendente introduzione non avremmo potuto chiedere. Anche perché nelle successive Bendicimi (singolo tra i più trascinanti dell’ex Ritmo Tribale) e Zigulì (pop-rock gommoso, psichedelico e quasi surreale nelle mani del Nostro, ma che alla fine funziona) si comincia a convergere verso elementi tipici dell’Edda-pensiero – tra rapporti di coppia e saliva che diventa Coca Cola – seppur in un alveo di creatività ancora spumeggiante. Da lì in poi l’ispirazione non è sempre al massimo dei giri: se in Brunello certe chitarre tagliate new wave reggono bene l’impalcatura, Un pensiero d’amore sfocia in una ballabilità DFA non male, non valorizzata però da versi appiccicati col chewingum («mi sto facendo di amore / mi profumo due parole / nascondino con il sole / e mi nascondi l’anima»). Materiale non troppo tagliente, considerando anche quanto ascoltato in alcuni dischi pubblicati in passato dal musicista. In chiusura il tono muscolare è po’ più rilassato, e nella media generale spiccano La liberazione e la scardinata e un po’ folle Arrivederci a Roma, quest’ultima a rappresentare forse il momento migliore della seconda parte del disco. Non in virtù di una non necessaria perfezione formale, ma perché l’Edda di quei tre minuti dà tutto – comprese certe boutade istrioniche nei testi che ne caratterizzano da sempre il sentire – senza i filtri dell’esperienza e di una natura (musicale) che talvolta comincia a (ri)conoscersi troppo. Un mood esattamente all’opposto rispetto a quello di Spaziale, ma allo stesso modo intrigante ed intenso.

La poetica di Edda rimane una materia complessa da interpretare: lo era ai tempi di Semper Biot e lo è tuttora. Tanto che l’idea che ci siamo fatti è che la riuscita o meno di un disco dell’ex Ritmo Tribale sia anche il risultato del saper incanalare questa natura complessa e potenzialmente dispersiva in un progetto ben “regolamentato” – e in questo, i collaboratori che di volta in volta affiancano Edda hanno probabilmente più di un merito. Nel caso specifico di questo disco, il risultato è buono, ma con qualche concessione al mestiere che diluisce il giudizio molto positivo che avremmo voluto assegnargli considerata la prima metà di programma.

24 Febbraio 2017
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