Recensioni

Seconda prova per il quartetto da Birmingham, che corregge sensibilmente la rotta rispetto al solco Interpol dell’esordio. Ovvero, siamo sempre a battere sul chiodo della wave danzereccia, quel piglio da Joy Division che tornano fra i vivi per fare i balocchi sul dancefloor (Bones, The Racing Rats), magari con la mediazione degli Ultravox più potabili (la title track manda barbagli à la She Came To Dance) o dei Cure via Echo And The Bunnymen (Escape The Nest). Però tra una bruma e l’altra s’intravedono complicanze che scomodano certo folk pop iperteso Coldplay e l’aura prog annacquata Elbow (When Anger Shows), salvo rivangare quei primissimi Radiohead che in parecchi – non del tutto a torto – accusavano di scopiazzare gli U2 (in Smokers Outside The Hospital Doors aleggia chiaro lo spettro di I Can’t).
Le chitarre che sfrigolano riverberi affilati fino a farsi fumettistiche, senso di allarme a blandire la cassa in quattro, il vocione imbronciato e struggente (che azzarda addirittura croonerismi soul nelle strofe di Spiders), riff tanto prevedibili quanto caramellosi. Una coltre di addobbi che non basta certo a rendere interessanti queste trame bolse, questa reiterazione di non-idee. Anzi, sembrano gli elettrodi infilati nel cadavere per farlo sobbalzare: all’inizio il gioco è così macabro che diverte, poi infastidisce, infine annoia. La chiusura di Well Worn Hand, con la wave finalmente disillusa tra piano sperso e trilli di mandolino, somiglia ad un sollievo.
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