Recensioni

5.5

Non deve essere stato facile comporre The Weight Of Your Love se si pensa che in un quadriennio – dal 2005 al 2009, ovvero la distanza che intercorre tra InThis Light And On This Evening e questo lavoro – gli Editors avevano prodotto la loro intera discografia, ovvero due più che onesti album revival wave (nonostante in queste pagine siano stati oggetto di aspre critiche) prima della controversa svolta synthpop. Di questo fatto gli Editors non hanno mai nascosto i motivi, menzionandoli in ogni intervista o documentario: la decisione di allontanare Chris Urbanowicz è stato il culmine di un triennio caratterizzato dall’impossibilità di produrre materiale di qualità e da rapporti tesi tra il chitarrista – autore delle linee melodiche più impresse nella mente dei fan, letteralmente sconvolti dallo split – e il resto della band, quest’ultima trovatasi a margine di uno dei live più sentiti (il Werchter, famoso per il cliccatissimo video del fanboy di No Sound But The Wind) a compiere una scelta radicale. L’autunno porta alla rifondazione: la nuova lineup con due ingressi in luogo di una partenza, infonde linfa vitale, ed ecco The Weight Of Your Love prendere forma in un battito di ciglia.

È A Ton Of Love – perfetta per i cori nelle arene come per jingle in spot televisivi – il singolo scelto per anticipare i contenuti del disco, brano che, al pari di Papillon nella scorsa uscita, si trova alla traccia tre: un modo per “lanciare” l’ascoltatore dopo un inizio circospetto con la Depeche Modeiana The Weight e Sugar, forse l’unica assieme a Two Hearted Spider a rievocare memorie del recente passato elettro-pop della band. Ed è qui che gruppo cronicizza quella difficoltà nel tenere viva l’attenzione nell’ascoltatore iniziata accentuata in ITLAOTE e replicata qui a suon di imitazioni dei Coldplay (What Is This Thing Call Love, falsetto incluso), parentesi southern rock USA (The Phone Book) frutto delle session di registrazione a Nashville con l’artefice del successo dei Kings Of Leon Jacquire King, e una orecchiabile Formaldehyde che plasma i delay di chitarra – ridondanti in The Back Room e An End Has A Start – in ariose melodie pseudo dreamgaze. Ma è Nothing a destare i maggiori interrogativi: l’idea di inserire a metà opera un brano completamente composto da archi è coraggiosa, ma fa nascere interrogativi sul perché si sia deciso di stravolgere qualcosa che solo qualche mese prima la band aveva suonato live con la propria strumentazione, dando vita a una delle anteprime più riuscite del gig.

Sembra davvero che si sia voluto fare tabula rasa degli Editors anni Zero, spostando la deriva “chitarrocentrica” (prima) e “synthcentrica” (poi) dell’epoca Urbanowicz su un prodotto frutto del lavoro e dell’equilibrio di una band intera ma dall’identità solo abbozzata. Sarà il prossimo lavoro, su cui i Nostri dicono di volere iniziare a lavorare a breve, a dirci se potremo affezionarci ancora a loro oppure fermarci ad ammirarli live, dimensione in cui il leader Tom Smith da sempre dimostra di essere un cavallo di razza.

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