• Mag
    01
    2005

Album

Universal

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Mark Oliver Everett appartiene alla genia d’artisti senza paracadute. Quelli per cui la musica è riflesso, trascrizione, sfogo e terapia d’ogni capitombolo esistenziale. Fu così che un terribile doppio lutto (la morte in stretta successione di madre e sorella – quest’ultima suicida) divenne il retroscena portante dell’acclamato Electro-shock Blues (1998), secondo lavoro sotto l’egida Eels (in pratica una band-moniker) a seguire quel Beautiful Freak (1996) che li presentò come credibilissimi seguaci del verbo beckiano.

A parere di chi scrive però l’arte dolciastra e aliena del buon Mark raggiunse l’apice col terzo lavoro Daisies of the Galaxy (2000). Perché quelle trame fragili d’anima – un’anima malinconica e burlona, stravagante e indolenzita, quasi incredula di fronte agli splendori e alle miserie (soprattutto) del mondo – azzeccavano la giusta dose di distacco formale, si appoggiavano a strutture pop di stampo classico (archi e piano a volontà, senza ostentazione né timore) in struggente equilibrio, con sbalorditiva disinvoltura.

Poi, cosa accadde? Correva l’annus orribilis 2001. Un Mark in fuga da se stesso, timoroso di lasciare tracce troppo evidenti e d’incanalarsi in un solco di prevedibilità, svoltò secco (lui e la sua moniker-band Eels) con Souljacker: strappi hard blues, disincanto e nevrosi fuor di pelle, il volto da nerd tenerello ingoiato da un look atroce da licantropo barbone. Tutto ciò a scapito – ahilui – della qualità di scrittura, mai tanto fiacca e… prevedibile.

Il successivo Shootenanny! (2003) sembrò rispondere al diktat “tornare nei ranghi”. Col risultato di suonare carino ma senza scosse emotive, quasi fosse la didascalica antologia di un ex-talentuoso ridotto ormai ad onesto mestierante.

In tutta sincerità, lo avevo già rubricato tra i bolliti. Invece, Mr. E aveva ancora frecce in faretra, trentatré delle quali scoccate per confezionare questa doppia, stupefacente ultima fatica. Che si barcamena divertendo, incantando, narrando una storia che poi è (forse, anzi sicuramente) vita e dolori dello stesso Mark. Certi guizzi dolceagri (la squillante Losing Streak, la madreperlacea From Which I Came / A Magic World, il surf squinternato di Hey Man), certe toccanti mestizie (il country vaporoso di Railroad Man, la sospensione d’archi e piano di The Stars Shine In The Sky Tonight, la soavità stritolacuore di If You See NatalieLennon/McCartney da una parte e Alex Chilton dall’altra), ed ecco recuperato il tocco struggente, il ghigno surreale, l’inquietudine marionettistica come un Tim Burton in chiave rock, la capacità d’irradiare sensazioni dalla tenerezza quasi insostenibile.

Un programma generoso di tensioni e rilasci, di arrangiamenti vividi (campanellini, ottoni, slide guitar, synth, organi, organetti…), di apnee diafane e preziosismi vari: solo a titolo di esempio – e a parte quanto già citato – pescherei dallo scrigno l’enfasi quasi-prog di In The Yard, Behind The Church, l’irresistibile inezia pop-soul per piano di Ugly Love (in pratica il primo Springsteen liofilizzato) e l’electro/latin fantasmatica di Sweet Li’l Thing (con For What Is Worth dei Buffalo Springfield ben piantata nel cuore).

Detto poi che le variazioni sul tema principale tra il cinematico e il fiabesco rammentano il Badly Drawn Boy di About a Boy, e che capita d’imbattersi in ospitate quali Tom Waits (ghigni, espettorazioni e frignate nell’errebì giocattolo Going Fetal), Peter Buck (al dobro e al basso nella delicata To Lick Your Boots) e John Sebastian (autoharp in Dusk: A Peach In The Orchard), tiriamo le somme ed il risultato è una delle più convincenti (stavo per scrivere autorevoli) manifestazioni pop degli ultimi mesi. Come dire, è (ri)nata una stella.

2 Maggio 2005
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album

Eels

Blinking Lights And Other Revelations

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