Recensioni

7.2

Col tempo – e ne è passato di tempo, maledizione – Mark Oliver Everett ha instaurato con la sua creatura Eels un rapporto alla Dorian Gray. Mentre la band maturava in pubblico, passando dallo slacker abbacinato trip-hop degli esordi al cantautore classic-pop, per poi casomai sterzare rocker-mannaro e quindi planare su un’inquietudine jazzy, spesso mescolando il tutto in zibaldoni briosi e commoventi, lui, Mark, era sotto le luci dei riflettori ma in realtà non c’era, scivolava nella propria vita, immune al logorio del divenire, l’individuo tenuto al riparo dietro al personaggio proprio perché le due sagome apparivano perfettamente sovrapponibili, anche se a ben vedere sfalsate. L’uno (Mr. E) proiezione virtuale ma fedele (speculare?) dell’altro (di Mark): chi potrebbe dire quanto siano diversi o coincidenti? Un po’ come per Jekyll e Hyde. O come… l’individuo dietro al clown. E questo rimanda ovviamente alla copertina. Non sarà che dovremmo scomodare anche Hans Schnier, il protagonista di Opinioni di un clown di Heinrich Böll che proprio in quanto clown, proprio perché indossa una maschera, sembra in grado di (o condannato a) svelare la verità?    

Del qui presente nuovo album Mr. Everett ci fa sapere che i pezzi sono stati composti poco prima l’inizio della pandemia, a parte la più recente Are We Alright Again che infatti col suo carico ben bilanciato di apprensione e speranza («Smiling skies / With a chance of yes / Maybe it’s time to get out of bed») potrebbe candidarsi a inno ufficiale di questi tempi distopici. La scaletta mette in fila dodici canzoni che indugiano sul lato più pop del repertorio, fermo restando il pulsare della vena malinconica chiamata a smorzare toni e timbri, col risultato di spostare il baricentro in zona crepuscolo glassato madreperla, quella cioè che abbiamo imparato ad apprezzare fin dai tempi di Beautiful Freak (intendo proprio la canzone).

Pure se lievemente meno sfaccettato del solito, si tratta pur sempre di uno “spettacolo d’arte varia” (come diceva quel tale) che ancora una volta ci pone di fronte alla questione già accennata, non certo inedita ma forse finalmente stagionata al punto giusto: dove finisce l’autore e dove inizia il personaggio? Uno dei motivi per cui gli Eels meritano d’essere amati senza troppe riserve è quel loro modo accattivante di farci a pezzi, usando melodie dolciastre come bombe a mano caricate con versi di una franchezza devastante: vedi soprattutto i due capolavori Electro-Shock Blues e Daisies Of The Galaxy, nei quali si compie una vera e propria elaborazione del lutto (che nel caso di Mark coincise con una sorta di strage: madre e sorella decedute nel volgere di pochi mesi, dopo aver perso il padre da ragazzino e prima di una zia rimasta uccisa negli attentati dell’11 settembre).

Nel caso di questo nuovo lavoro, la crepa da cui si intravede la pelle di Mark sotto il cerone è la chiusa della title track, quel «Love, Mark» che sigilla una lettera aperta (alla maniera di Leonard Cohen in Famous Blue Raincoat) spedita a una ragazza chissà quanto ideale o reale, in ogni caso intrisa di quel melodramma a bassa intensità ma allo stato cronico in cui si trasformano le tempeste passionali quando fanno il callo, ovvero quando la mezza età ti riveste con una corazza più fragile di quanto non appaia, e quando ogni mancanza è ormai un pungiglione spuntato ma dal veleno più subdolo. Il dualismo tra Mr. E e Mr. Everett sembra qui riverberare in quello tra il Mark adulto e il Mark ragazzino che è ancora lì, dietro la maschera, nascosto in profondità ma sempre sul punto di affiorare, sempre pronto a covare pene d’amore e il bisogno disperato di una musa. Inutile sottolineare che parliamo di un processo piuttosto comune, per non dire universale (non nascondetevi: succede anche a voi, o vi succederà).

Pare insomma che questo disco si consumi in continuità con tutto ciò che gli Eels hanno fatto e significato finora, segnando però un piccolo, cruciale punto di svolta: l’esplorazione stilistica, la ricerca di forme e suoni, il tentativo di smarcarsi sul versante espressivo insomma sembra abbassare i giri del motore e fermarsi, per cedere il passo a una scrittura più franca e intensa, più pura in un certo senso. L’ispirazione non sarà quella capace di sfornare melodie lancinanti come un paio di decenni fa, ma è comunque abbastanza in palla da convincerti che non è neanche interessata a soluzioni di quel tipo: ci sono validi motivi se Who You Say You Are e Of Unsent Letters cuociono amarezza e malinconia senza alzare troppo la fiamma, gli stessi per cui Anything for Boo scozza un simulacro di felicità e I Got Hurt (splendida) decolla beatlesiana sulle ali di un fatalismo siderale ma a tinte cupe, e sono gli stessi che nella conclusiva Waking Up spingono il clown a togliersi il trucco con una ballatina folk a bassa fedeltà su cui naufragano tutti i tentativi di addolcire la medicina («The dream is over / Done and dusted / Now I’m waking up»).         

Perciò, malgrado suoni abbastanza prevedibile, questo tredicesimo album targato Eels arriva a bersaglio, sa collocarsi lungo un percorso nel quale l’ispessimento di un timbro (il piano elettrico e la chitarra acida dell’aspra Are You Fucking Your Ex), un’escursione sorprendente (quella Baby Let’s Make It Real che sembra scimmiottare gli Oasis lanciandosi da un trampolino Lennon) o un piccolo scarto stilistico (il quasi-talking un po’ Lou Reed e un pizzico Cohen – ancora lui – nelle strofe di Ok) raccontano rivolgimenti d’anima controversi, il ribollire di una personalità dentellata contro il coperchio della saggezza, insomma tutta roba viva che sbatte le ali dentro quella gabbia che per convenzione chiameremo vita.

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