• feb
    05
    2013

Album

E Works

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I due anni spesi a fare concerti in giro per il mondo dopo il buon Tomorrow Morning spiegano parecchio di questo Wonderful, Glorious, decimo titolo in casa Eels. Pare infatti che il buon Mr. E sia rimasto particolarmente soddisfatto dall’esperienza, godendosi come non mai l’estro live della band. Il risultato è la scaletta dal groove più ruvido e intrigante della sua discografia, una parata di riff che ti si appiccicano caramellosi e acidi, vedi l’errebì garage slackeristico di Peach Blossom – tipo i Black Keys ipnotizzati da Beck – o quella Open My Present che chiama in causa persino la fumetteria blues Jon Spencer, e ancora il mambo rugginoso Tom Waits di Bombs Away.

Non è certo una novità per la calligrafia eelsiana, basti pensare all’impeto sciorinato a suo tempo in Souljacker, ma oggi sembra meno urlo liberatorio e più ghigno libero, uno spasmo energico, combattivo e abbastanza disinvolto, che quando è il caso non esita a metterci il marchio, così, tanto per rendersi inconfondibile, vedi le parentesi oniriche – tipicamente lennoniane – che punteggiano le svalvolate turgide di Kinda Fuzzy e New Alphabet. Potremmo dirlo il frutto inevitabile della maturità, che porta in dono momenti interlocutori dal fascino indefinibile come Accident Prone e I Am Building A Shrine (narcosi soul in gelatina psych folk la prima, tremori grunge e patina sciropposa Sixties la seconda), così come il gioiellino arty – sghembo e marionettistico, androide e lo-fi – di You’re My Friend.

Non può che farci piacere insomma che Mark Everett abbia finalmente metabolizzato i mostri di un’esistenza troppo tragica per essere vera (ma vera, purtroppo per lui). D’altro canto tuttavia la scorza della pacificazione smorza sul nascere la possibilità di quegli slanci lancinanti, di quelle ferite a cuore aperto che fecero la grandezza dei primi lavori. Alla fine su tutto incombe la patina del mestiere, il sedativo dell’emozione preconfezionata, al punto che neppure all’apice dello struggimento – A True Original più che la laconica On The Ropes – ti commuovi davvero. Mr. E incede con padronanza laconica e arguta, non sbaglia una mossa sullo schema permettendosi di variare sul tema divertendoti. Però (perciò) ti lascia sostanzialmente indenne, giusto un buffetto d’inquietudine. Magari è giusto così.

Magari è giusto quel finale con la title track che sfocia in una visione melodica un po’ George Harrison e un po’ Beach Boys, quasi fosse il respiro lungo e pieno di chi si rimette in gioco. Con più speranza di prima.

19 Gennaio 2013
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Eels

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