Recensioni

5.8

Mancava ancora all’appello del disco solista, eppure non era difficile ipotizzare per Efrim Manuck, deus ex machina della Constellation e uomo cardine del suono evoluto di Montreal, l’approdo all’espressione solitaria. Sempre indaffarato con le mutevoli vicende del mitico studio Hotel2Tango e con una label dal catalogo ormai assurto al canone dei classici, Efrim è artista che ha sempre dimostrato una penna istruita in direzione dell’avant rock più cinematografico. Il riferimento sia ai Godspeed You Black Emperor che ai Silver Mt. Zion rimane quindi imprescindbile anche con questo Play “High Gospel”.  Efrim firma le composizioni ed esegue quasi tutto da solo, ma non rinuncia alla mano di amici fidati del giro come Thierry Ammar, David Payant e Jessica Moss.

Facile intuire, quindi, che il menù del disco non si discosta molto dal solito soundscape visionario che ha fatto epoca ai tempi del post-rock, con l’unica differenza che il già labile senso della misura proprio di questo genere di musiche finisce per varcare di molto la soglia dell’autoindulgenza. Solipstico e masturbatorio nei suoi ondivaghi saliscendi, il gospel di Efrim è un unicuum senza soluzione di continuità, dove a momenti di enfatica prosopopea (Our Lady Of Parc Extension…) si alternano vortici claustrofobisci su elettronica cheap dal sapore prog e cosmico (A 12-pt. program for keep on keepin' on, Chikadees' roar pt. 2) e languidi scheletri blues per chitarra distorta sulle direttive illustrate dal Neil Young di Dead Man (Heaven's engine is a dusty ol' bellows, I am no longer a motherless child). Un maelstrom suffientemente inconcludente in tutte le sue espressioni lirico / musicali, compresi  gli omaggi al cane e a Vic Chesnutt, che davvero lasciano il tempo che trovano.

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