• Ott
    01
    2007

Album

Potomak

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Sono passati tre anni da Perpetuum Mobile. Tre anni durante i quali la band non è rimasta con le mani in mano, coinvolta com’era nei vari progetti, sia teatrali che musicali, che hanno tenuto occupati i musicisti tedeschi, lontano dalla Mute: Alles Was Irgendwie Nützt, la serie Musterhaus e altre iniziative spesso riservate ad una più o meno ristretta cerchia di fan, saranno ricordate soprattutto per aver innescato un meccanismo di autofinanziamento attraverso la rete, che ha permesso alla band di lavorare lontano dalle esigenze delle case discografiche e di produrre in totale libertà. 

Alles Wieder Offen, che è pubblicato dalla Potomak, etichetta personale degli Einstürzende, nasce in questo clima e si presenta come un ritorno, ma anche come sintesi di un percorso che ha visto la band berlinese interagire e discutere della propria produzione musicale direttamente con il pubblico. Un ritorno che, però, al di là delle novità in termini di produzione, dal punto di vista strettamente musicale, non riserva nessuna sorpresa particolare, visto e considerato che l’album è la logica continuazione del suo predecessore. 

Attenzione alla prosodia, alla parola e al gesto teatrale, arrangiamenti raffinati, minimalismo, silenzi “sexy”, a distanza di tanti anni, rimangono ancora, anche in quest’album, elementi imprescindibili dello stile della band tedesca. In questo contesto, il passato espressionista, l’angosciosa furia industriale degli esordi, divenuta ormai da tempo immemore un elemento espressivo come tanti, viene relegata alla pura funzione estetica, una parentesi da aprire solo quando serve. 

Forse a Blixa Bargeld, una volta lasciati i Bad Seeds, è venuta voglia di sperimentare direttamente sulla sua creatura la “literature in music” di Nick Cave. Sta di fatto che in alcuni suoi episodi, Alles Wieder Offen ricorda molto il Cave songwriter di Murder Ballads (Nagorny Karabach). E, comunque, in tutto l’album è evidente la centralità conferita alla parola e alla sua declamazione. Blixa più che cantare, recita, su accompagnamenti musicali spesso costituiti da pattern ritmici minimali e ripetitivi. 

C’è molto senso del teatro in questo continuo susseguirsi di relazioni figura sfondo tra l’attore-cantante-creatore e il suo ambiente, fatto di suoni e rumori, di atmosfere placide e battiti martellanti dall’incedere ossessivo e claustrofobico (Unvollstaendigkeit), climax che raggiungono in progressione picchi di intensità da cardiopalma (Die Wellen). Fino a sfociare nell’ ambigua canzonetta Ich Hatte Ein Wort, che coglie subito di sorpresa, tanto è lontana da qualsiasi idea si possa avere degli Einstürzende. 

Per il resto, dove non arriva la polisemia della musica, la chiave interpretativa dell’album si ritrova nei testi. Versi altamente lirici (l’apologia delle onde del mare in Die Wellen); ironici e grotteschi (come definire altrimenti Let’s Do It A Dada, collage dadaista nel quale trova spazio anche una divertente presa in giro in italiano dei “signori Russolo e Marinetti” di ritorno dall’Abissinia); stranamente apocalittici (o rivoluzionari?) (il motto “tutto è ancora aperto” della title-track) o crepuscolari (la descrizione della morte in Unvollstaendigkeit), creano un mondo parallelo ai suoni che diventa imprescindibile per cogliere l’essenza di un disco che pur non essendo un capolavoro mantiene la sua dignità di prodotto finito, opera compiuta e, diciamocelo pure, facilmente commerciabile.

1 Ottobre 2007
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