Recensioni

E' incredibile come Pop Negro sia segno dei tempi, di questi tempi subito stanchi. In tre anni e tre album, siamo già passati dalla novità alla senescenza, dal contagio diffuso alla pandemia alla "metastasi" (di uno stile e di un modo di fare musica). E la cifra stilistica di Pablo appare qui supercaricata, superfetata, a un passo dall'autoparodia. La conoscenza del dato tecnico e di quello linguistico non si discutono, ed è proprio questo che sorprende, perché con la sua voce monotona, sempre tirata, e la sua produzione coloratissima e impastata Pablo non riesce proprio ad aggiungere nulla a quel mondo – immaginario & suoni – indie Duemila di cui voracemente si nutre e che va dagli storici(zzati) Animal Collective – a tratti si sfiora il plagio ideologico – fino alle ultime propaggini glo/chill come ultimissima moda di finto-bricolage ed esotismo terzomondista. Trentacinque minuti e nove pezzi tutti uguali, tutta la stessa marmellata, con quelle tastierine vintage, quelle percussioncine, quelle chitarrine funky, quei ritmi spastici ed esagitati (wonkypop?), quelle massicce solarizzazioni calypso/caraibiche.
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