Recensioni

Preceduto in estate da un sorprendente singolo Innosence Is Sense, che lasciava presagire una svolta goth-pop, efficace ma fin troppo anonima in un territorio a metà tra Zola Jesus e Esben And The Witch dove perdeva su tutti i punti, Sarah Assbring consegna finalmente alle stampe l’atteso ritorno sulla lunga distanza, sgombrando il campo dagli equivoci. El Perro Del Mar non traffica con l’oscurità. Sarah, anche se gli anni passano, resta la ragazza bionda con i capelli da marinaretto che sogna una forma di amore impossibile, tra Liala e un romanzo Harmony. Esattamente quel profilo anni ’60, leggero e soffice come le nuvole estive che ce l’ha fatta amare fin dall’esordio.
Pale Fire si colloca come l’ultimo tassello di questo personalissimo mosaico pop. Parla la stessa lingua di brani storici del suo catalogo come Change Of Heart, This Loliness, Candy, Let Me In, eppure non conserva un grammo della magia di quest’ultime, colpa soprattutto del pesante corredo elettro, che se pure si era intravisto in Love Is Not Pop, stavolta domina su tutte le canzoni. Una soluzione che aiuta l’omaggio verso la dance pop anni ’90 che Sarah afferma voler fare con questo disco. Brani come Hold Off The Dawn, Home Is To Feel Like That e I Carry The Fire, in questo senso riescono a stabilire una relazione con i vecchi Ace Of Base o Cardigans, in un modo sicuramente più efficace di Maria Minerva, che sostanzialmente fa la stessa cosa. Il singolo, con quell’irresistible refrain “Solitude is my best friend…” e gli ancheggiamenti pop-funk riesce finanche a farci ricordare gente come Luscious Jackson, Soul Coughing e il Beck di Odelay. Sostanzialmente i brani da best of ci sono anche stavolta, soprattutto I Was A Boy, ma la scelta di adeguarsi all’andazzo digitale quando lei, da sola con la sua chitarra, evocava mondi interi e si rivelava come l’unica degna erede di Claudine Longet, toglie parecchi punti al disco.
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