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La copertina di Elektro Tones, opera, al solito, dell’eclettico Bianchi, è con tutta probabilità l’immagine di un volto virato con un color rosso acceso. Che si tratti del dettaglio di un viso, però, te ne accorgi solo ponendo la custodia del CD a una certa distanza, sicché più essa si allontana dalla nostra vista e più è possibile intuirne la natura e, conseguentemente, ipotizzarne il significato. Il lavor(i)o di Bianchi, oggi definitivamente terminato nonostante scampoli di registrazioni che si spingono fino al suo definitivo ritiro musicale nel 2009, sembra appunto delinearsi con nitidezza crescente col trascorrere del tempo. Il suo approccio alla cosa sonora mantiene salda, anche nelle così dette “opere minori”, la Visione maiuscola che lo ha reso leggendario, giustificando ancor oggi l’acquisto di una discografia sterminata e di ostica fruizione.

Elektro Tones propone alcune delle sue ultime registrazioni al pianoforte (“electrophobic piano”, nelle note interne all’album), rimaneggiate musicalmente e trasfigurate concettualmente da Dedali nel 2013. Una collaborazione tra le più riuscite  dell’ultimo periodo, suddivisa in quattro tracce senza titolo che alternano due lunghe evocazioni (oltre i dieci minuti) a due più contenute (intorno ai cinque).

La ragione della validità di questa nuova fatica collaborativa è semplice e complessa al contempo. Come spiegare a parole una verità comprensibile esclusivamente attraverso l’esperienza? E come giustificare un giudizio il quale, affidandosi all’esperienza, non può che attingere dal pozzo della soggettività? Mettiamola così: chi ha tentato di descrivere attraverso un medium artistico l’atmosfera che va oltre le percezioni della veglia, è in grado di afferrare l’apparente trascinarsi di Elektro Tones. E chi ha sperimentato un ascolto incondizionato, al di là delle briglie di volontà e necessità, può giustificare l’esistenza di prodotti del genere. E poi si chiude, in IV, bruscamente, tradendo anche quei minimi criteri compositivi che dovrebbero accompagnare l’ascoltatore verso un atterraggio morbido, magari con un lento fade out.

Allora pensi che ai tempi del vinile il brano finale doveva scontrarsi inevitabilmente con limiti temporali di durata, perciò spesso si trattava appunto di una composizione breve, per sfruttare al meglio lo spazio rimanente. Tagliare di netto, nell’ambito di un supporto CD, risponde invece a esigenze diverse, se vogliamo “concettuali”. Capisci allora che non di musica stiamo parlando, ma della precisa descrizione di un risveglio repentino, che spezza il legame col sogno di chi ha sognato e di chi ne è stato testimone attivo.

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