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Il vero problema di Chiara Ferragni – Unposted, il documentario scritto e diretto da Elisa Amoruso e descritto come “un’immersione a 360° nella sfera pubblica e interiore della più potente influencer di moda”, non è tanto l’inconsistenza dei valori professati dalla protagonista – l’essere una self-made woman, l’avercela fatta senza l’aiuto di nessuno tranne se stessa e grazie alle sua determinazione – o il look patinato e volutamente ammiccante per colpire i fan, quanto invece la totale assenza di un punto di vista che non sia quello della ragazza diventata prima fashion blogger e poi imprenditrice nell’era del digitale. Niente che non sia già stato catturato e postato su Instagram dalla Ferragni e dal suo clan familiare finisce nel film, erroneamente chiamato “unposted”, cioè “non pubblicato”; perché dell’ascesa di questa star amatissima in tutto il mondo – soprattutto dai brand più importanti – e delle tappe che ne hanno segnato la consacrazione sono piene le pagine di riviste come Forbes, ad Harvard si tengono lezioni sul “caso Ferragni” e analisti studiano il fenomeno per capire dove stia andando la società in termini di marketing e intrattenimento del pubblico.

Sfortunatamente l’idea di scavare a fondo nel personaggio per ricavarne una sorta di osservazione critica della contemporaneità non è mai stata nei piani della influencer, né della Amoruso, in questo film (o spot?) che sembra il risultato di una perfetta strategia pubblicitaria, con tutti gli elementi assicurati per piacere ed emozionare: c’è il racconto delle origini attraverso l’infanzia documentata dalla madre, che da subito mette la figlia fotogenica davanti alla telecamera, sviluppando così una naturale predisposizione allo spettacolo e al bisogno di essere vista; ci sono le parole sempre positive delle sorelle, dei collaboratori fidati, dei giornalisti del settore mirate a convincerci che la Ferragni è un modello positivo di ispirazione per le giovani generazioni; i discorsi motivazionali post-femministi di una superficialità desolante («ho capito che posso farcela anche senza un uomo», «se una donna arriva in cima è perché vale davvero», e così via…), fino ad arrivare all’esercizio di presa sullo spettatore peggiore: i momenti della lacrima indotta.

Dalle confessioni sull’ex fidanzato imprenditore, che dieci anni fa aveva scommesso sul progetto The Blonde Salad – il blog aperto nel 2009 – e al quale vengono riservati solo commenti negativi (perché in fondo, a questa favola ben infiocchettata, serviva pure un cattivo), ai pensieri sulla vita e i traumi che ci rendono uguali e sull’esperienza della maternità. Ogni cosa è tratteggiata, ogni scena studiata e restituita come fosse un altro post di Instagram solo più grande e più lungo, che non si esaurirà dopo ventiquattro ore, con colori sgargianti e un montaggio accattivante. Un’immagine però resta impressa alla fine del film, e non riguarda la Chiara del titolo e nemmeno qualcosa di cui si parla abbastanza: una bambina piccola seduta di fianco alle influencer durante una sfilata che con il telefono in mano riprende le modelle. Praticamente l’istantanea migliore di una società che produce e manipola l’utente fin da giovane vendendo sogni irrealizzabili. Una ce l’ha fatta, ed è qui per testimoniarlo.

4 Settembre 2019
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