Recensioni

<p>Premiato a Venezia come rivelazione e scelto in questi giorni per rappresentare l’Italia agli Oscar, <em><strong>Nuovomondo</strong></em>, terzo film di <strong>Emanuele Crialese</strong>guarda all’emigrazione in terra americana ai primi del Novecento
attraverso i sogni e le speranze di chi affrontava quel viaggio alla
ricerca di una nuova identità.</p>
<p>La storia di una
famiglia siciliana, dalla decisione di partire al viaggio fino
all’arrivo a Ellis Island è raccontata dall’interno, in chiave
psicologica piuttosto che narrativa, con i sogni e l’immaginazione del
protagonista Salvatore (Vincenzo Amato, anche nel precedente <em><strong>Respiro</strong></em>),
e le sue proiezioni ad occhi aperti sulla favolistica riguardante il
“nuovo mondo”, sorta di giardino delle meraviglie dove tutto si pensava
possibile. </p>
<p> Costruito quasi interamente su piani medi e
primi piani, con lunghe carrellate, il film è alquanto claustrofobico
in questo senso, se non fosse segnato da momenti di leggerezza e ironia
(giochi di sguardi e di corrispondenze, quadri viventi simmetrici, le
citate fantasie ad occhi aperti, le ingenue aspettative degli
emigranti); tranne la parte iniziale rurale e aspra siciliana, il
paesaggio è tutto interiore, non ci sono totali della nave, vissuta
all’interno come luogo totalmente emozionale piuttosto che fisico.</p>
<p>Uno
dei momenti più drammatici, la tempesta in mare di notte, è vista nella
prospettiva di un ammasso di corpi che sono sballottati da una parte
all’altra all’interno della nave dormitorio. Scelta vincente, senza
dubbio, ad evitare qualunque “effetto Titanic”. Così come non si vede
mai il nuovo mondo, che è un’idea innanzitutto, in attesa di
concretizzarsi. Di grande espressività la scena della partenza della
nave, con il totale dei corpi, da una parte e dall’altra, che vengono
separati dal mare con una carrellata laterale. </p>
<p>La
trasmutazione dal vecchio al nuovo universo presuppone anche un
cambiamento degli uomini, un adattamento al nuovo mondo razionale. Film
non politico, lo diventa per certi versi nell’ultima parte, nel momento
in cui riflette sulla quarantena ad Ellis Island, la burocrazia con i
severi test d’ingresso agli emigranti, non senza uno sguardo ironico.
Riflessione che riguarda tutta l’emigrazione italiana tra ottocento e
novecento, e che di rimando ci fa tornare in mente l’immigrazione in
Italia di questi anni.</p>
<p>Il rifiuto di ogni retorica e messa
in scena convenzionale è la forza di questo film, compatto nella prima
parte e con alcune lungaggini nella seconda – con l’iterazione di
alcuni momenti, come l’insistenza del vagheggiato bagno nei “fiumi di
latte” californiani, ripresa anche nel finale – che non giovano
all’economia di Nuovomondo, dove in alcuni momenti si tende al
didascalico. </p>
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