• Feb
    01
    2019

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Pias

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Le strade che portano al successo, a volte, sono dritte e in discesa: col singolo giusto al momento giusto e l’aiuto di una buona stella è facile garantirsi se non la gloria eterna, almeno quella momentanea. Ma non è il caso di Emily King. Il suo percorso è fatto di curve, di opposizioni e di fatica, tanta, accompagnata da una buona dose di ostinazione e resilienza. Nata da due musicisti jazz, Emily King è una figlia d’arte che lascia presto la scuola per dedicarsi unicamente alla musica. La sua carriera inizia con la firma di un contratto con J Records, a cui segue una collaborazione con Nas e nel 2007 la pubblicazione del suo album d’esordio East Side Story che si guadagna la nomination ai Grammy come miglior album r’n’b contemporaneo. Ma a questo punto, nel bel mezzo di una carriera in ascesa, succede qualcosa: King viene abbandonata dall’etichetta. La cantante newyorkese non abbandona però la musica, registrando un EP (Seven) e un album (The Switch), questa volta attraverso la sua stessa etichetta, Making Music Records. La strada indipendente apre le prospettive musicali di Emily King, che inizia a sperimentare un suono più pop, seppur sempre elegante e sofisticato, un’impronta questa dovuta all’importante influenza dei genitori. Ma c’è un altro cambiamento nella vita della cantante: decide di lasciare New York per trasferirsi a nord del Catskills. Nel garage di una casa incastonata tra le montagne, immersa tra la vegetazione e infusa di un’aura selvatica, nasce Scenery, il suo ultimo album. Ad accompagnarla in questa avventura, il suo fedele produttore Jeremy Most.

«You remind me of something (Ooh) / Something that I used to feel myself / Something that I used to feel / Like a heartbeat racing (Ooh) / Like a new beginning (Ooh)»: canta così Emily in Remind me, un’opening track che sì, potrebbe essere dedicata a un’ amore nascente, ma può essere vista anche come un’ode a questo nuovo capitolo musicale, dopo una pausa durata quattro anni. Scenery è un album che parla di sentimenti descritti in tutta la loro fumosità attraverso una sensibilità puramente femminile, smussata da un suono luminoso, accattivante ed elegante, che scansa il pericolo del lamento struggente. Emily, ben salda sulle sue radici musicali, mantiene le influenze r&b ma si affaccia sul funky e non disdegna nemmeno qualche influenza caraibica nei ritmi, riuscendo a confezionare un lavoro fresco, leggero e al contempo seducente.

Nonostante la ritmicità che porta con sé una forte, ma non assoluta, carica smooth, le sonorità rimangono aperte e ampie, pronte a lasciare lo spazio per disegnare grandi atmosfere sognanti. È il caso di una Teach You che, ammorbidita dalla voce ariosa di King, con le sue melodie apre le porte di un mondo zuccheroso ma non melenso, che diventa quasi divertente grazie all’aiuto dei tamburi e che richiama quindi alla memoria il clima di una commedia hollywoodiana costruita sul gioco degli opposti. In Can’t Hold Me le percussioni si arricchiscono di influenze sudamericane e si uniscono a synth e chitarre confezionando un sound spendibile sul dancefloor. Dopo un inizio danzereccio ritornano le influenze eleganti del jazz (Caliche), il pop più puro di ispirazione ‘80’s che ricorda tanto Prince (2nd Guess) e le chitarre che in Forgiveness, irrompono invadenti e taglienti – accompagnate da una voce sofferta e urlante quasi a invocare lo spirito del rock – ma poi vengono arrotondate da un coro d’ispirazione gospel. Interlude (What Love Is) è una pillola di dolcezza estremamente raffinata, quasi acustica, con uno strimpellio delicato e una linea vocale che sfiora il sussurro. L’album si conclude con una luminosissima Go Back che risulta quasi un grido di speranza, una premessa a un salto nel vuoto («Will I make it? Will I taste victory? Will I give in or will I risk it on me?»).

Non sappiamo se queste sono state le domande che si è fatta Emily King prima di lasciare New York, ma Scenery è comunque il risultato di un salto nel vuoto, e sebbene il tutto sia molto buono, rimane nel limbo tra il godibile e il brillante. La cornice in cui si inseriscono le sue canzoni è ancora sbiadita, la quadra non è perfetta, e c’è qualcosa che ammalia ma non conquista, ed è forse l’eccessivo trasformismo. Ci si perde un po’ tra le due anime di questo disco, che sarebbe stato più a fuoco se la sua parte più soul e quella più groovy si fossero incontrate, mischiate e sposate in modo assoluto. La strada è sicuramente quella giusta.

22 Febbraio 2019
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