• Mag
    01
    2009

Album

Interscope Records

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Cinque anni, quelli passati da Encore, che sono un secolo. Carriera sull’orlo del baratro perché vita privata (?) sull’orlo del baratro: secondo matrimonio e secondo divorzio con la moglie, l’amico-sodale Proof morto ammazzato, ovviamente la droga (la ricaduta del titolo) con tanto di overdose. Le solite americanate. Eminem sospetta ennesima gigantesca figurina di plastica, epocale ed effimera, alla deriva: vittima soprattutto di se stessa. Disco quindi attesissimo (eufemismo), anche solo come segnale di presenza su questo pianeta. Ed Eminem c’è. Anche troppo. Fin da segnali visivi chiarissimi, da territorio marcato, stilemi portati al parossismo: un suo ritratto fatto con pasticche e pillole in copertina, il sito dedicato al disco che pare il set di Hostel, un video splatter con Slim Shady  (che su Encore si era suicidato…) serial killer scatenato e uno con la solita grottesca teoria di sfottò a star del popdom USA.

Questo disco, dalla lavorazione lenta e macchinosa, ha un che di monumentale, ed è la sua cifra: la claustrofobia. Le musiche: basi cristallizzate su tastiere-archi-arpeggio enfatiche e ritmica strasecca. Le liriche: le solite eminemate, aspre come agli esordi, qui ancora più macabre, e soprattutto automatiche. Con l’aggravante che adesso non si ride (o ghigna) più. Su wikipedia e dintorni lo chiamano "horror-pop" o una cosa del genere, atmosfere comunque da grandguignol, e ci può stare. Tavolozza patemica (di chi sente, non di chi suona): oppressione, disperazione soffocata, stanchezza, soprattutto angoscia. Un’angoscia con un retrogusto adolescenziale, di chi ascolta e mischia Linkin Park e 50 Cent. Mamma mia che angoscia. Monumentale perché la sensazione che arriva è sì quella di una ripetizione di sé, ma portata ad un livello superiore: autoclonazione fino alla sublimazione.

Il disco risulta lunghissimo, settanta minuti che sembrano settecento, i pezzi lunghissimi, cinque minuti che sembrano cinquanta, i testi lunghissimi. Un oggetto contorto su se stesso e involuto. La cosa peggiore sono certi cantati, soprattutto quando distorti dal vocoder o con accenni ragga (?) (My Mom, Musta Be Da Gangja). Le cose migliori, forse, a livello di rappato, aprono e chiudono, 3 AM e Underground, la prima come esempio di valanga di blocchi serrati, la seconda come esempio di flow.

Ultimo disco con atmosfere da disco ultimo, ma così era già nel 2004, e infatti è già stato annunciato un Relapse #2. Eminem sembra adesso un po’ come il Fabri Fibra americano (per quanto il paragone sia paradossale e perfettamente rovesciabile, e proprio per questo anzi). Con tutto il carico di moralismo-antimoralismo, simpatia-antipatia, sincerità-furberia, (auto)analisi, sgradevolezza, incomprensione e morbosità che ne segue.

12 Giugno 2009
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