Recensioni

C’è un tizio che ha pubblicato una video recensione montata bene ma forse non benissimo di Terza Stagione in cui, oltre a regalare degli spassosissimi siparietti virati b&n in cui si gratta il mento e racconta gag di mancati investimenti a danni di poveri pedoni incauti (che inconsapevolmente rischiano la vita perché lui mentre guida deve dire a tutti noi “raga” cosa ne pensa di questo disco, quasi come un Corden solitario ed omicida), dà una lettura imprevedibilmente calzante di questo titolo: la terza stagione di Emis Killa sarebbe quella che che segue rispettivamente gli inizi dal niente prima e il clamoroso successo poi. Ora il rapper di Vimercate è arrivato, ha fatto i big money e tutti gli leccano il culo, così lui si ferma e guarda indietro, riflette e infine opta per un’enigmatica cover che sembra voler scacciare una volta per tutte le passate accuse di omofobia.
Liricamente questo sguardo auto-retrospettivo porta a due principali filoni tematici attorno cui ruoterà la quasi totalità dei 17 (tantini) pezzi in scaletta: il Sè, e la Figa. Queste due imprescindibili entità saranno gli ineludibili leit motiv tematici che il Killa mai si sentirà di scansare, ma andiamo ad analizzarli individualmente e più approfonditamente. Il Sè è sicuramente un concetto più sfaccettato del suo contraltare precitato, e comprende al suo interno una serie di diversi nuclei tematici che ne costituiscono l’articolazione; di seguito i principali punti: Emis Killa si è fatto da solo, il rap lo ha salvato, veniva dalla merda e quindi ora è più che autorizzato a spassarsela come gli pare (“Io che so ancora di polvere e fango e non temo nessuno di questi maiali, perché nel fango ci sono cresciuto e so fottervi senza sporcarmi le mani”), chi gli sputava in faccia ora lo segue, una volta che sei arrivato in cima sono tutti amici ma poi quando cadi nessuno ti caga più e, viceversa, tutti ti vedono bene quando fai freestyle da mr. Nessuno (giusto per citare un pezzo di Claver Gold che approccia gli stessi temi con un’eleganza senz’altro diversa) ma se per sbaglio diventi famoso tutti ti sparlano dietro. Se avesse avuto a disposizione un altro paio di produzioni presentabili la sequenza di spunti sarebbe probabilmente proseguita con (in ordine): non ci sono più le mezze stagioni, se asciughi bene le camice poi non serve stirarle e chi è più alto è naturalmente portato per il giuoco della pallacanestro. Tutto questo per dire che l’auto-celebrazione, l’auto-legittimazione e l’auto-esaltazione, oltre all’auto-apologia contro le malelingue e i sempre presenti haterz, sono tra gli immancabili cliché più (ab)usati nel mondo hip hop tipo da sempre. Quando il messaggio si esaurisce in questo, allora nasce un problema.
Se riponevate tutte le speranze nell’alt(r)o emisfero tematico (la Pheegah), purtroppo non è andata molto meglio. Dopo le già dette accuse di omofobia ecco infatti che il buon Emiliano va a cercarsi prontamente anche quelle per misoginia (ormai è praticamente il Capleton senza dreads del hinterland milanese). “Amo tutte le donne a patto che rimangano zitte, Sempre appresso a ste cagne, fra, dovevo fare il dog-sitter”. Amen, fratello. A parte i discutibili contenuti forse (probabilmente) volutamente provocanti – e legittimamente aggiungerei, non è questo il problema vero – quello che infastidisce è più che altro una desolante ineleganza di scrittura diffusa ed estesa a tutto il disco, nonostante un’innegabile immediatezza del mezzo espressivo: “Questo Paese è una figa dentata, ed Emis Killa lo infilerà dentro” è certamente un’immagine di indubbia evocatività, così come “Questa è così larga qua dietro che mentre la fotto c’è l’eco” restituisce immediatamente il disagio di una ragazza con una vita sessuale forse eccessivamente affollata. Magari non andrà a far compagnia a Dylan (anche se Su di Lei potrebbe accendere qualche speranza), ma grossomodo ci siamo.
La sensazione insomma è che il Killa non sia proprio una grande penna, e la conferma definitiva arriva proprio quando il Sè e la Figa vengono inaspettatamente abbandonati: è il caso di Jack, un malriuscito tentativo di storytelling abbastanza inelegante e puerile, con una personificazione dell’alcolismo scontata e sviluppata attraverso un’ingenua e a tratti imbarazzante grossolanità di scrittura. In generale poi lungo tutto il disco le citazioni sono prevedibili, pretestuose ed ultra-risapute: da Ritorno al Futuro (Son più avanti di sti babbi perché ho fatto un salto nel futuro tipo McFly) a un Feuerbach buttato lì a caso forse senza nemmeno saperlo (Fra tu sarai pure ciò che mangi, io sono solamente ciò che indosso), qualche amico – se ancora ne ha, visto che ora che è famoso tutti lo odiano – avrebbe dovuto dire al Killa che la simpatica gag che abbina il tenerello Pokemon Squirtle all’affascinante fenomeno dello squirting nel 2016 risulta oramai un poco pleonastica e telefonata. Da un punto di vista produttivo il discorso non è tanto meglio: tra occasionali e ben accette ispirazioni più old school (Italian Dream), beats più morbidi (solitamente, e giustamente aggiungerei, abbinati al tema Figa come Prima che Sia Lunedì, Parigi e All’Alba delle 6:00) e paraculate dancehall talmente attuali che non se ne può più (CULT), una buona metà del disco è invece presa da una prevedibile, oltremodo modaiola e plasticosissima virata trap con i soliti bassoni ipertrofici e i rullanti asettici di cui a quanto pare nessuno può più fare a meno (Dal Basso, Non Era Vero, Quello di Prima, Sopravvissuto, Buonanotte, eccetera). Meno male che a un certo punto arriva un ritornello di Neffa che si fa apprezzare senza troppe riserve, tra i pochi raggi di sole (nell’album di un guaglione).
A conti fatti, prescindendo dalla già detta ineleganza scritturale e da una generale sensazione di bruttura anche per quanto riguarda le melodie dei chorus, Terza Stagione è un disco che lascia pochino. Emis Killa c’è, ce l’ha fatta, apprezza ciò che ha (visto da dove viene), gli piace molto la Figa e probabilmente non la tratta troppo bene. Se queste cose non vi interessano troppo, meglio andare da un’altra parte.
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