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Le sorelle Macaluso comincia in medias res. Fin dalle prime battute del film siamo dentro la casa – vera e forse unica protagonista – delle cinque sorelle. Andirivieni di persone (e colombe), liti, urla ordinarie e risate fanno da sfondo alla chirurgica messa a punto della giornata che le sorelle avrebbero trascorso come di consuetudine al mare a Palermo. Emma Dante infonde un’aura quasi magica a questo primo atto: ogni cosa trova il suo compimento e la natura sembra essere perfettamente partecipe dei bisogni dei personaggi. Nel clima euforico di questo incipit si annida però un presagio; una sensazione di morte che si sarebbe di lì a poco concretizzata, prendendo il sopravvento e incrinando l’equilibrio, seppure stentato, ma pur sempre vitale, essenziale, della famiglia e del rapporto tra le sorelle.

I tre atti di Le sorelle Macaluso scandiscono lo scorrere del tempo e lo sgretolarsi dello spazio circostante e degli stessi corpi che lo abitano. Come da copione, le trame e le necessità drammaturgiche dei personaggi si susseguono, ma la regista non si prende il tempo per approfondirne dinamiche e conflitti, relegando (quasi) tutto alla liturgia performativa delle pur bravissime attrici; non riuscendo, quindi, a divincolarsi dall’impostazione teatrale di partenza.

Nella parentesi sulla giovinezza, la mano di Emma Dante è fortemente marcata e caratterizzata da movimenti di macchina ravvicinati che ne connotano stile e regia. Lo spazio domestico viene attraversato nella sua interezza e nei suoi vani e squarci, all’insegna di un simbolismo (il buco nel muro che s’apre illusionisticamente ad un’altra dimensione spazio-temporale; la figurazione della colomba; l’amore omosessuale della sorella maggiore) che avremmo voluto si ripresentasse con maggior forza nel corso del film. La misura e la nitidezza formale di questo primo atto restano per l’appunto lì e sia nel secondo che nel terzo – i più drammatici e cruenti – si ha l’impressione di trovarsi di fronte a due narrazioni ben distinte. Lo straniamento, dovuto anche al repentino invecchiamento delle sorelle, è un espediente senz’altro voluto, tipicamente pirandelliano, ma non basta a rendere la complessità del tema: il coinvolgimento resta epidermico e di superficie e le suggestioni non vanno a sedimentarsi oltre i confini dell’immagine.

La riflessione sul tempo di Emma Dante coinvolge unicamente la semantica dei corpi e degli spazi. I corpi invecchiano, e con essi le case cominciano a cadere, i pavimenti a scricchiolare, le mura ad ingiallirsi. La regista si serve di elementi quali l’orrido e il grottesco per sciogliere progressivamente la tensione dei corpi delle interpreti in movimenti smodati e mimiche esasperate, senza mai estenderne l’utilizzo ad una compiutezza estetica che non passi per i volti mostruosi ed esangui delle attrici. Ne Le sorelle Macaluso non c’è volontà di “osare” né di reinventarsi tramite il mezzo cinematografico che, se non fosse, come dicevamo, per quell’isolato primo atto, resta silente e anonimo.

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