Recensioni

5.8

Recensione un po’ tardiva, sì, per il secondo album del duo australiano, alla ribalta grazie al singolo Alive, uno dei tormentoni di questa estate oramai in via di conclusione.

Ebbene, questo “arrivare dopo” rispetto alla data di pubblicazione ci consente di leggere e insieme rileggere a freddo Ice On The Dune, tenendo anche conto di come ha saputo spendersi nel tempo, del suo decorso sulla media-lunga distanza, cercando di fare un piccolo bilancio di uno dei fenomeni pop più chiacchierati e controversi della stagione in corso.

Già, perché molta stampa sembra non aver gradito l’ultima fatica di Luke Steele (lo ricordiamo, già negli Sleepy Jackson) e Nick Littlemore, denunciando poca sostanza su una formula già ampiamente esplorata. Ma d’altro canto non si può negare che il successo di pubblico di Alive, forte di innumerevoli passaggi radiofonici e onnipresente nelle playlist da beach-party, rappresenti un indicatore di cui tener conto.

Rispetto al lavoro precedente, Walking On A Dream, del 2008, l’audience certamente si è spostato da un popolo distrattamente indie ad un più generico mainstream: quello, per intendersi, che conosce il ritornello ma non il nome del gruppo, né tantomeno i suoi trascorsi.

Entrando nello specifico, ciò che ci si para davanti è un sapiente collage di chincaglieria synth-pop tra MGMT (precisiamolo: di molto superiori) e Nicky & The Dove (in comune con questi anche l’apparato iconografico fantasy), con un occhio agli ottanta e un piede sempre in pista.

Ma l’anima eccessiva, plastificata e futuristico-barocca con elementi  tribal-ambientalisti è mostrata con grande disinvoltura e proprietà di linguaggio; un blockbuster che non cerca mediazioni per sembrare autoriale, ma anzi palesa trucco e parrucco rivelando persino i materiali posticci dei quali si compone (e non sono forse casuali in questo senso alcune scelte legate ai costumi e alle scenografie del videoclip di Alive).

Rispetto al passato, là dove Walking On A Dream si presentava più timidamente, con il pudore giovanile di chi cerca di dosare gli ingredienti sonori in maniera equilibrata, Ice On The Dune appare quasi volgare nel suono saturo, immediato e sfrontato, sia esso scelta stilistica o, più probabilmente, ricerca di un consenso facile e diffuso.

L’introduzione dell’album ci apre un mondo a tre lune e piramidi scintillanti (pare quasi di veder spuntare Brendan Fraser da dietro una duna), per sfociare nei beat rigonfi di synth e nel buon ritornello di DNA. Alive è un pezzo fortissimo, lo abbiamo già detto, mentre Concert Pitch già denota una certa stanchezza della scrittura, appoggiandosi su stilemi da ultimi The Killers che nulla aggiungono al già risentito.

La title track si lascia ascoltare con i suoi lustrini e il romanticume anni ’80, dove ogni cosa emana riflessi di luce abbagliante; e se il mid tempo funkeggiante di Awakening risale su falsetti di voce, I’ll Be Around uno dei pezzi migliori del lotto, evoca i Pet Shop Boys più meditabondi.

Tutto il resto, ad eccezione di qualche suono azzeccato e melodie sulla sufficienza, suona fiacco e datato. Difficile dunque che il disco riesca a sopravvivere a sé stesso, ed è probabile che il forte traino di Alive (di certo sufficiente a rimpinguare le tasche del duo) possa costituire la base per un consenso duraturo.

Al di là del giro d’affari che, sull’onda lunga del successo, probabilmente continuerà ad essere consistente ancora per un po’, l’impressione è che artisticamente la band si sia bruciata troppo in fretta, senza aspettare quel processo fondamentale di radicamento presso il pubblico di “influencer” costituito prevalentemente da certa stampa di settore, media on-line e ascoltatori di prima categoria, senza l’appoggio dei quali si rischia l’effetto ”skip” prima e il disinteresse poi.

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