• feb
    24
    2017

Album

Thrill Jockey

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«Sono sempre stato un cantautore», parola di Guy Blakeslee, classe ’81, americano di Baltimore. Peccato (o forse no) che ci siano voluti più di dieci anni per poterlo dimostrare, al pubblico, e soprattutto a se stesso. Il musicista, prima membro dei The Convocation Of, poi attivissimo con The Entrance Band – uno dei suoi progetti paralleli assieme a Paz Lenchantin e Derek James – , ha toccato il mondo degli esorcismi psych-blues uscendone spesso vincitore ma oggi, Blakeslee torna per godersi una vita nova, e lo fa con Book Of Changes, disco che esce a nome Entrance, senza band, senza maschere. Non si scherza più.

Una rinascita creativa che ha trasformato il girovago allucinato in troubadour di inni folk: Blakeslee emerge come una farfalla diafana nel vivido lirismo di un disco importante e solenne. Tutta l’attenzione è sulle canzoni, sulle parole scelte: non chiamatele più tracce, con Entrance si entra nel vivo del termine cantautore che scrive e canta canzoni. Il cambiamento, tema principale di questo nuovo lavoro, come suggerisce l’artista, accade al di là del nostro controllo ma il disco riesce a trovare, attraverso la forma canzone, il modo per rendere più fluida una nuova prospettiva di se stessi.

Al fine di eludere una scrittura troppo ortodossa, Blakeslee ha fatto proprie alcune strategie letterarie come i cut-up obliqui di William S. Burroughs, tuffandosi in un mondo in cui musica e parole divengono sia catarsi che comunicazione, nient’altro che un riflesso della vita reale. Scritto nel corso di un anno inquieto di viaggi, tour, e cambiamenti, Book of Changes brilla per maturità compositiva e assenza di facilonerie, oltre a poggiare sulla splendida e malinconica voce di Blakeslee, incontro celeste tra Nico e un Rufus Wainwright meno operistico e più rock; un cantato che detiene un’intensità di emozioni che può venire solo dalle profondità dell’anima, di chi il mutamento può disegnarlo sulle cicatrici del corpo, sui mal di cuore.

Archi, pianoforte, xilofoni, carillon, campane e sognanti voci femminili danzano intorno a linee di basso fluide e chitarre acustiche fingerpicking. Dal pop elegiaco di Always The Right Time al bolero in salsa western di I’d Be A Fool passando per il blues spoglio di The Avenue o per l’oscuro flamenco di Molly, il canto di Blakeslee guida la narrazione senza sosta. Si dispiegano capitoli e nuovi nervi emotivi, dalle trame in stile Nancy & Lee di Winter Lady all’apocalittico noir pianistico di Leaving California. E con l’inno di chiusura di Revolution Eyes si scioglie la tempesta di piano e campane, di gioia e liberazione.

Il talento di Entrance si rivela nella capacità di scrivere storie d’amore che hanno una sguardo globale, che osservano l’America. Non sono mai solo canzoni d’amore, ma storie che vivono nell’oggi. Come in I’d Be A Fool, aperta da un punteggio chitarristico di folk primigenio, in cui il cantautore ci ricorda che per quanto il mondo possa essere complicato, sarebbe un errore enorme abbandonare l’amore. Guy Blakeslee, che si è definito credente assoluto nella potenza della canzone, compie il grande salto creativo grazie a dieci canzoni che cercano di fornire all’ascoltatore una forma di liberazione emotiva e catartica.

Il suo Book of Changes ci fa interrogare sullo stato del cantautorato americano, sulla sua rinascita, sulla possibilità di una nuova scena artistica; un disco come materializzazione della maturazione dell’artista e della sua opera. Entrance ha documentato con il suono l’evoluzione creativa sperimentata in questi anni, la metamorfosi dell’uomo, cento o mille nuove pagine di un libro della trasformazione in grado di stupire chiunque. E regalando al suo pubblico la certezza che Guy Blakeslee, classe ’81, di Baltimora, dicesse esattamente la verità.

24 febbraio 2017
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