Recensioni

Capire dove finisce Enya e dove comincia Eithne Patricia Ní Bhraonáin è un affare piuttosto complicato. Non che sia necessario, visto che ci potremmo limitare a scrivere della sua musica. Ma se nel corso di una carriera quasi trentennale vendi la spropositata cifra di 80 milioni di dischi, il sospetto che non sia solo merito della musica sembra legittimo. Contano, crediamo, anche l’immaginario nordico e medievale, la stramberia di raccontare che si vive in un castello, i riferimenti più o meno espliciti al magico e al fantastico (lasciamo da parte il new age), un’iconografia costruita con attenzione e sfruttata nel corso degli anni. Le dichiarazioni alla stampa, in questo senso, servono ad aumentare la confusione e a mantenere una certa, peraltro legittima, riservatezza sugli aspetti privati. Recentemente, proprio in occasione dell’uscita di questo suo nuovo Dark Sky Island, la musicista ha risposto di aver comprato una casa nel sud della Francia e di averla arredata, a chi le chiedeva che cosa avesse fatto in questi sette anni che ci separano dal precedente (e mediocre) And Winter Came. Il suo sito personale, in questo senso, non aiuta a sbrogliare la matassa, visto che tutta la vicenda artistica viene raccontata in una manciata di righe.
Dark Sky Island non propone niente di diverso dalla Enya-formula di sempre: strati su strati di synth, voci come droni, melodie diafane che sfociano raramente in qualcosa di davvero simile a un ritornello, ambienti notturni e oscuramente magici raramente attraversati da una sezione ritmica. La musica di Enya, da sempre, sembra il flusso di coscienza amniotico di una vestale figlia di un medioevo fantastico che le deve venire dalle radici nel Donegal, una terra brulla e aspra nel nord dell’Irlanda. Un luogo dove lo scorrere del tempo sembra avere una velocità differente, più vicina all’immobilità o alla ciclicità. Tutto si riassume, quindi, in una specie di adattamento tra sacro e profano di folk atavico, canto gregoriano e ambient un po’ facilone.
Si distaccano, ma è questione quasi di sfumature, i barocchismi di Echoes in the Rain, brano che potrebbe far tornare alla mente quell’Orinoco Flow che le ha dato la celebrità e che quindi si candida a nuovo classico di Enya; The Forge of the Angels, che ha quasi un incedere da gospel-folk ma senza sviluppo e trama, semplicemente incantato e immobile; Sancta Maria, che echeggia il Trio Medieval. Complessivamente un disco che non aggiunge niente al personaggio Enya, che non dice nulla di nuovo su Eithne Patricia Ní Bhraonáin. Un oracolo sempre uguale a se stesso che continua a ripetere il proprio mantra.
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