• Nov
    17
    2017

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DDS

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Eccoli di ritorno, gli alfieri del nuovo digital dub. Sempre lì, sul confine tra passato, presente e futuro. Tra progetto serio e mossa ironica e spontanea. Tra la natia Kingston e Londra. Colòn Man è il nuovo album degli Equiknoxx, il duo che, a partire dal precedente Bird Sound Power uscito lo scorso anno, ha messo in piedi una storia che porta alla mente (e nello stesso tempo aggiorna) mezzo secolo di contaminazioni tra Giamaica e Regno Unito.

Colòn Man è in realtà il primo album ufficiale del progetto di Gavin “Gavsborg” Blair e Jordan “Time Cow” Chung, essendo il precedente soltanto una raccolta di brani prodotti a partire dal 2009. Il tema conduttore del lavoro ripercorre la storia di un giamaicano che fa ritorno al suo Paese dopo aver lavorato per numerosi anni nel distretto di Colòn, nello stato di Panama: era uno dei circa 90.000 lavoratori giamaicani impiegati nella massacrante costruzione del Canale di Panama, protrattasi dal 1904 al 1914. E questa «è una metafora fondante tanto per il roots quanto per il future sound – spiega la press – un prendere consapevolezza del lavoro delle precedenti generazioni di produttori contestualizzandolo all’interno degli avanzamenti sonici della dancehall giamaicana».

Avant-dancehall, quindi, per un totale di tredici brani che – ancor più che da un King Tubby o un Jah Warrior – prendono le mosse da quei continuum elettronici britannici a loro volta influenzati dalla cultura del sound system e del dub, del reggae e dello ska. Come il precedente, Colòn Man esce su DDS, l’etichetta dei Demdike Stare. Ma c’è qualcosa in cui differisce? Certamente sì, a partire da una produzione più pulita che rende il disco organico e, per certi versi, addirittura raffinato. Se questo sia un punto a favore o, al contrario, un demerito, sta ai gusti di ognuno deciderlo. Per il resto siamo ancora lì: ritmi ridotti all’osso, basse frequenze di spessore e kick ovattati, bleep svolazzanti e cinguettii, uncini melodici ad incastro e sample stranianti, irriconoscibili nel loro essere materia prima utilizzata con ingegno e furbizia. Tredici diversi episodi di volta in volta privi di significative variazioni, quasi si volesse scavare a fondo nelle radici per estrarne ritmi ripetitivi, oppressivi, come oppressivo e sfiancante deve essere stato il lavoro svolto da quei colon men circa un secolo fa. Scansioni ritmiche in odor di footwork, di reggaeton capovolta e di 2-step; sottofondi ideali per uno scambio temporale tra ghetto, sottoculture e gente che lavora alle periferie dell’impero. Il discorso, allora, potrebbe farsi più serio del previsto.

Del resto, a un livello caratteriale, gli Equiknoxx hanno ben poco di strettamente giamaicano: la loro musica non è nemmeno imperniata sui fumi dell’erba, e basta vederli per capire quanto poco gli possa importare dei tratti maschilistici e biecamente reazionari dei vari Popcaan e Vybz Kartel, pur avendo con questi collaborato mettendo a disposizione i loro riddim. No, gli Equiknoxx preferiscono di gran lunga l’ironia e il gioco. Lo dice il concept, che è serio ma che viene esplorato per così dire a cuor leggero, e lo dicono i curiosi titoli dei brani: roba come Your Ears Are Not Very Small o Enter A Raffle… Win A Falafel. E un titolo come Definitely Not Something Offensive non lascia adito a dubbi. Sta qui il valore anche etico del progetto, lo spazio politico in cui è possibile ascriverlo; qualcosa su cui, prima di premere play, vale la pena riflettere.

18 Dicembre 2017
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