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Non è per eccesso di mala fede, ma sinceramente le avventure dietro la consolle del giovane Erlend cominciano a farsi pesantucce da digerire. Passi (ad essere buoni) il giochino dell’anno scorso chiamato Unrest, ma addirittura vedergli affidato il nuovo episodio della collana Dj Kicks della !K7 (già sipario di lusso per gente del calibro di Kruder & Dorfmeister e Thievery Corporation) sembra una concessione fin troppo generosa ai suoi capricci da neo disc-jockey.

Per carità, il “re della convenienza” nelle interviste continua (apparentemente) a non prendersi troppo sul serio, confessando in simpatia quell’atteggiamento ludico-amatoriale a cui ci ha abituato: ama giocare coi suoni, usa solo cd player invece dei tradizionali piatti e, cosa che lo distingue da certi suoi colleghi, è un “singing dj”, uno che si diverte a cantare sui dischi che suona, in una sorta di karaoke a tempo di house. Il risultato di tanta “sprovvedutezza” è questo set di 18 canzoni, ovvero una trasposizione su dancefloor dell’innocua innocenza del gruppo di provenienza di Øye: Dj Kicks si rivela infatti diretto discendente di Versus (si veda l’ulteriore trattamento computerizzato, con tanto di vocoder, di Winning a battle losing the war da parte di Minizza) e del precedente disco solista (stesso strato di melassa, stavolta applicato alle canzoni degli altri), finendo per riproporre, purtroppo per Erlend, gli inesorabili limiti di entrambi i due episodi.

Qualcuno forse potrà sorridere di fronte alla naiveté coi cui il timido norvegese, come un cantantello pop prestato all’insolito (per quelli come lui) mondo della club culture, reinterpreta Drop di Cornelius e If I ever feel better dei modaioli Phoenix; o davanti all’assoluta naturalezza con cui intona, su una base di Royksopp (Poor Leno), There is a light that never goes out degli Smiths (ma Morrissey non voleva impiccarli, i dj?), magari trovando il modo di citare qua e là gli Shocking Blue (Venus) e classici melensi come Always on my mind. Ma tra un duetto virtuale coi Rapture, inutili remix di proprie composizioni (Sheltered life, Prego Amore), riproposizioni del synth pop ’80 più deleterio (Rubicon), imbarazzanti e becere pulsazioni sexy (2d2f, too drunk to fuck), scherzi kraftwerkiani (Intergalactic Autobahn) e rimandi indiretti ai primi Depeche Mode (Black keys work, con una tutto sommato buona prova canora), a lungo andare questa innocenza può diventare anche irritante. Sarebbe ora che qualcuno ricordi ad Erlend Øye, dj per caso, che un bel gioco dura poco.

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