Recensioni

7.1

Ernesto De Pascale aveva tra le altre cose il dono di restarti impresso nella memoria, anche per le cose più banali. In questi due anni trascorsi dalla morte ho letto su di lui molte testimonianze – aneddoti o semplici frammenti di vissuto – da parte di conoscenti più o meno intimi, più o meno occasionali. Faccio parte senza dubbio di quest’ultima categoria, ciononostante mi tengo cari diversi episodi che me lo fanno ricordare come un appassionato totale, uno capace di far convivere il disincanto disinvolto di chi ne ha viste (e toccate con mano) parecchie e l’entusiasmo incontenibile del ragazzino.

La mezza età significò per lui l’inizio di un percorso musicale da solista in bilico tra dilettantismo e devozione, che ne rivelò il talento magari non cristallino però sincero e ben sintonizzato. A Morning Manic Music del 2007 seguì l’anno successivo  My Land Is Your Land, quest’ultimo realizzato a quattro mani con una specie di leggenda come Ashley Hutchings. Entrambi lavori più che apprezzabili, destinati ad avere un seguito che Ernesto ebbe solo il tempo di progettare, lasciando un’eredità di due pezzi finiti e altri solo abbozzati, perlopiù tracce vocali con accompagnamento di piano, hammond e fender rhodes. Si deve quindi alla “famiglia” de Il Popolo del Blues, in particolare a Guido Melis e Giulia Nuti (tra l’altro basso e viola degli Underfloor), il completamento di questo Seven Songs While The City Is Sleeping, raccolta meritevole oltre il doveroso rituale della memoria.

Seguendo gli appunti originali ed allestendo orchestrazioni curate però mai sopra le righe, hanno ricavato sette ballate tra il romantico ed il laconico, nelle quali avverti il retrogusto spiegazzato e fascinoso del songwriting che sa mischiarsi alla vita, come a volte capita al miglior cantautorato folk pasturato soul. Saranno i milioni di canzoni ascoltate, le infinite discussioni e riflessioni, fatto sta che De Pascale aveva capito quando affondare il colpo e quando alzare il piede dal pedale, riuscendo spesso ad azzeccare un prezioso equilibrio tra languido ed essenziale. Ti ritrovi quindi con una Sixty Second Kiss velluatata gospel che sembra un Randy Newman immalinconito Leonard Cohen, con una Subway To The West Country che immerge Alex Chilton tra tremori agrodolci Bill Fay, oppure coi tepori agresti e allusivi – vagamente Lambchop – di My Way Or The Highway.

In tutte avverti un senso di gioco al limite, di artigianato che azzarda sottigliezze artistiche, ed è un valore aggiunto perché produce tensione commovente e quasi mai compiaciuta, pure quando non azzecca la quadratura come nella piuttosto sfocata We Were One (parzialmente riscattata dalla tromba di Fabio Morgera). Giusto quindi l’epilogo di Wish You Well, un sogno ad occhi aperti che a metà diventa una marcetta impettita di ance e ottoni, come dire che la  musica in fondo è un prodigio sempre meritevole di celebrazione, anche quando l’accordo dominante è il rimpianto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette