Recensioni

Vengono da Brighton e dipingono tele inquiete usando tutti i colori del buio. In un momento di evidente ritorno per le sonorità neo-gotiche, tanto nei fenomeni più o meno “under” come Zola Jesus e la witch house, quanto in quelli più commerciali e pop con il taglio sempre più eighties di produzioni come Bat For Lashes e The XX, Esben and the Witch sembrano capitare talmente alla perfezione che il sospetto di operazione costruita furbamente da qualche homo marketing viene quasi automatico. I dubbi vengono dissipati dalla sostanza delle idee e dei suoni che i tre muovono. L’eppì dell’anno scorso aveva spinto qualche penna lungimirante a parlare di next big thing, la firma successiva per Matador e il conseguente tour con Zola Jesus hanno spinto verso l’hype, in maniera tanto classica quanto efficace.
Il suono dei ragazzi di Brighton si riallaccia in maniera devota alla più solida tradizione britannica del nero senza il minimo accenno di incertezza, ma anzi con un’energia ruvida e creativa, che non si sentiva da anni in questo tipo di sonorità. Già l’ep di debutto, su sei brani vanta almeno due piccoli classici (Marching Song e About This Peninsula, per non parlare della micidiale Skeleton Swoon contenuta nella compila Dance to the radio), che da sole basterebbero a ridicolizzare decine di band che hanno pensato bastasse copiare i riff dei Sisters Of Mercy e il canto psicotico di Peter Murphy, per costruirsi un’identità. Gli Esben di contro, pur non inventando nulla, riescono a creare perfetti congegni pop (anzi “nightmare pop” come li chiamano loro) usando il linguaggio del gotico inglese come fosse una grammatica.
The Marching Song cos’altro è se non la loro Spellbound, rallentata, inacidita e astutamente inquietante nella sua fissità ritmica? E il riferimento ai Banshees torna con insistenza nel corso del disco, non foss’altro che per il taglio veemente e glaciale dei vocalizzi della cantante Rachel Davies, novella dominatrix dark, che da sola fa metà disco alternando cupa crudeltà (Chorea) e malinconiche verità (Eumenides, Swans). La produzione di Daniel Copeman completa l’opera intervallando abilmente elettronica e chitarre, riverberi ed echi, in un modo che a tratti li porta dalle parti di una Björk arcigna ed austera (Light Streams, Hexagons IV) o meglio ancora di una Bat For Lashes per adulti (Warpath). Violet Cries è un altro esempio perfetto di come nella pop music nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
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