Recensioni

Dissipato dal riuscito Violet Cries ogni possibile sospetto di progetto costruito ad arte per sfondare nel boom neo-gotico post-The xx/witch house, in corso di 2011 ci trovavamo in autentica balia degli Esben And The Witch. Tanto è vero che, appurate anche live resa, creatività e sostanza della proposta – permeata di tradizione 4AD, Björk più austera e Siouxsieane memorie – gli avevano volentieri perdonato – bollandolo come smaniosa release minore tutta forma e pseudo-concettualità – l’Hexagons EP dello stesso anno. Ora però, sophomore alla mano, non c’è più spazio per gli sconti: le somme vanno necessariamente (ri)tirate.
Nella nota stampa reperibile sul sito della Matador, il chitarrista Daniel Copeman presenta i “nuovi” Esben And The Witch come band dall’acquisita fiducia nelle proprie doti. Di per sé, non mente: il trio di Brighton che ritroviamo in questo Wash The Sins Not Only The Face è anzi addirittura tronfio di ciò che di buono ha raccolto, tanto da aver evidentemente pensato il proprio step-forward come compromesso tra identitario fare dismesso e accessibilità.
Nulla di male, certo, non fosse che la via prescelta è la più facile e controproducente: riproporre una formula funzionale dal vivo tutta dilatazioni anestetizzate, drammaticità e tensione statica ma, in quanto a soluzioni, eccessivamente semplificata su disco. Ne viene fuori una tracklist che nulla porta sotto al vestito del “mood is everything”, senza trame e quindi frustrante, che recapita una serie di pezzi inconcludenti (When That Head Splits, Slow Wave, Yellow Wood, Despair) quando non apparentemente inconclusi (Iceland Spar, Shimmering).
Qualcosa di buono lo intravediamo nel trittico finale, non fosse altro per una Rachel Davies che, riscoprendosi maîtresse, si porta sulle spalle l’intera Putting Down The Prey; o per le rifrazioni di certe teatralità da war song che riemergono in Smashed To Pieces In The Still Of The Night.
È comunque troppo poco per non parlare di band in riserva di ispirazione, in specie alla luce del singolo Deathwaltz, tanto “upbeat” e d’immediata appetibilità quanto fuor di paniere (e repertorio), presumibilmente tardiva stella polare o episodio che mai si è riusciti a replicare in fase di scrittura. A fronte quindi delle palesi difficoltà di crescita verso il formato canzone e – nuovamente – nel rivangare i fulcri d’interesse del debut, l’evidenza è una soltanto: gli Esben And The Witch erano un fuoco ora fatuo.
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