• Mar
    04
    2016

Album

Concord

Add to Flipboard Magazine.

Come può un’artista giovane (da poco ha compiuto i 31 anni) mettere così d’accordo tutti, ma proprio tutti? Eppure, con il suo nuovo album, Esperanza Spalding è riuscita contemporaneamente a strappare recensioni più che positive da critici musicali conservatori e poco aperti alle novità, come quelli del Boston Globe o del New York Times, e contemporaneamente a raccogliere elogi anche dal mondo più indie, di cui possiamo prendere i lustrini patinati di Pitchfork come riferimento. Merito di un disco che davvero travalica i generi (e le generazioni), di un’alchimia sonora e di una rinnovata immagine che ha messo tutti d’accordo? La risposta, come spesso accade in questi casi, è meno scontata di quello che sembra a prima vista. Ma procediamo con ordine.

Quando nel 2011 la sua cofana afro svetta sul palco dei Grammy per ritirare il suo premio come Best New Artist (superando le corazzate Justin Bieber, Florence and The Machine, Mumford & Sons e Drake), l’immagine segna un elemento storico importante: è la prima volta che un’artista di estrazione jazz vince questo riconoscimento. Per la cultura americana, questo tipo di segnale ha un valore forse più alto di quello che pensiamo noi italiani, ma resta il fatto che indica un cambiamento di gusto e percezione dei confini tra i generi (che, almeno per quel che riguarda la black music, sono diventati più labili che mai). Segno che se ai suoi tempi Michael Jackson, in termini di successo ecumenico, era una mosca bianca (!), il lavoro delle Erykah Badu, delle Lauryn Hill (e se vogliamo, l’onda lunga di Bette Davis e Nina Simone) ha sdoganato la musica degli afroamericani verso un pubblico mainstream più ampio rispetto al passato e, forse, quella separazione determinata dalla Black Chart è davvero definitivamente superata.

Esperanza, su quel palco, è arrivata a 26 anni, come giovane promessa di quel non-genere musicale che sta a cavallo tra il jazz (su quel palco ringraziava il grande sassofonista Joe Lovano, con cui ha collaborato) e le nuove leve soul/r’n’b. È un pubblico appena più colto di quello di Norah Jones, quello a cui sembra pensare l’Academy che la nomina. La Spalding si è ritagliata la propria notorietà con un una serie di buonissimi dischi in cui lei, oltre a scrivere qualcosa di suo pugno, soprattutto suona il basso (ora il contrabbasso, ora un basso elettrico a cinque corde) e canta grandi classici della canzone black e non solo. Per esempio, non disdegna di dare un tocco tutto suo a brani di Michael Jackson o David Bowie, ma rimanendo sempre all’interno di un solco jazz/avant che sorprende per la personalità, non per l’originalità.

Poi atterra sul pianeta un disco come Emily’s D+Evolution, inatteso, fuori dagli schemi, diverso, originale. E la nostra musicista da Portland cambia anche look: via la pettinatura afro, benvenuti dread e occhialoni da geek. E poi i suoni, niente a che vedere con tutto quello che aveva fatto sentire fino a quel momento: funk, indie rock, dubstep, progressive e moltissimo altro. Certo, il jazz e la black rimangono, ma più come discorso e meno come proposta puramente musicale. E poi c’è il gioco con Emily, il suo secondo nome, e una sorta di alter ego che fa pensare subito a uno che oltre a essere presentissimo in spiritu nel disco, è anche uno a cui le personalità pubbliche multiple non sono mai dispiaciute: Prince. Il genietto di Minneapolis qui è preso sia dal lato dei suoi dischi calembeur degli anni Ottanta, sia per un gusto della sovrabbondanza che fa sembrare, in certi momenti, questo Emily’s D+Evolution una dieta troppo carica. Ma irresistibile come una pecan pie appena sfornata.

Dentro a queste dodici canzoni si sentono i Funkadelic, i Parliament, le chitarre indie che hanno segnato il volgere del secolo, tantissima Badu, ma anche i Weather Report più sincretisti, il soul più contemporaneo innervato di suoni elettronici. Ma, e non sembri un paradosso retorico, brani come OneNoble Nobles hanno introiettate le stigmate della classicità, quella che passa tra la Motorcity degli anni Cinquanta e Sessanta e la Tin Pan Alley di qualche decennio prima. Per certi versi, e semplificando parecchio, si potrebbe quasi dire che lasciando l’alveo più jazz (e la capigliatura afro), la Spalding abbia scritto il suo disco più black e, sicuramente, più intimo, sorta di viaggio/dialogo tra l’artista e la bambina che si intravvede dietro a Emily.

Basta tutto questo, assieme all’innegabile efficacia di molti dei brani, a giustificare questo successo democristiano di critica? Forse, se il disco fosse perfetto come un Purple Rain. In realtà non lo è. Talvolta, in Farewell DollyI Want It Now per esempio, la musicista esagera e sembra non riuscire del tutto a controllare la teatralità dei brani. Ma Emily’s diventa un argomento sufficiente se, sulla notorietà che un Grammy genera, si inseriscono sapientemente detti e non detti sulla propria omosessualità, una maggiore consapevolezza di appartenenza alla comunità black USA (si veda anche il brano Ebony and Ivy), un look estetico/musicale che strizza l’occhio (senza farsi travolgere) dalle mode del mondo Pitchfork (occhialoni, massimalismi, melting pot di culture musicali, esotismi). Questo discorso extra-musicale nulla toglie – e nulla deve togliere – al disco, quasi un nuovo esordio per un’artista che non ci si aspettava di ritrovare così, ma che sta mostrando di avere ancora molto di nascosto nel manico del basso: sorprendente e corroborante allo stesso tempo.

17 Marzo 2016
Leggi tutto
Precedente
Threelakes – Folk the Casbah: A Live Record Threelakes – Folk the Casbah: A Live Record
Successivo
Tre Allegri Ragazzi Morti – Inumani Tre Allegri Ragazzi Morti – Inumani

album

artista

Altre notizie suggerite