• Gen
    14
    2013

Album

RCA

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Gli Everything Everything li si immagina quantomeno infastiditi dal successo di Django Django e (soprattutto) Alt-J. Loro che, con il debutto da top 20 Man Alive (2010), hanno gettato le basi per il filone di alt/art pop angolare e genre-bending ormai consolidatosi in Inghilterra (in contrapposizione alle chitarrine indie “protette” da NME) ma raccolto, per l’immaturità dei tempi e come spesso accade ai “fondatori”, comunque ben meno responsi rispetto a chi è venuto dopo. Ha quindi perfettamente senso che la voglia di rivalsa abbia portato a un sophomore che sa di capitalizzazione mainstream.

Rispetto al suo iperattivo e convulso predecessore, Arc è incredibilmente più accessibile, coeso, fluente e quindi diretto. Attenzione, però: non vi è rottura rispetto all’attitudine – che tiene fede almoniker – di buttare “di tutto” nel mix, ma anzi ritroviamo le intelaiature mathematiche, i poliritmi sincopati e le melodie multisfaccettate, con lo spettro delle influenze che addirittura si espande – furbo – dal crossover proggy/dance-pop dei mid-Eighties fino ai barocchismi particolarmente in voga.

Eppure i mancuniani hanno imparato l’autocontrollo. Gli arrangiamenti operano questa volta in modo subdolo, risultando sempre al servizio della canzone, stratificati ma mai sovradimensionati o, peggio, mero ammasso di esercizi tecnici. Il risultato è una solida collezione costellata da brani single-worthy: dalla powerhouse ritmica Cough Cough all’altrettanto anthemica Radiant, dal refrain all’elio Passion Pit-iano di Kemosabe al 90s R&B via robo-pop di Armourland, c’è tutto il materiale per campeggiare a lungo sulle chart britanniche.

Se poi ci si mette pure l’encomiabile produzione di David Kosten a esaltare il falsetto dominante (e il sing-along) nonchè la poetica del frontman Jonathan Higgs – maturata verso il sociale in quanto a tematiche, ma anche mai così brillantemente psicotica nelle metafore -, non può che aumentare il rammarico per quel pugno di passaggi opachi (_Arc_The Peaks) o velleitari (il fare i Radiohead di In Rainbows in The House Is Dust). Si sarebbe potuto agilmente decurtarli dalla lunga tracklist e staremmo ora già parlando di disco della consacrazione. Ci limitiamo invece ai pronostici: il Mercury PrizeWild Beasts permettendo, è a questo turno davvero a portata di mano.

17 Gennaio 2013
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