Recensioni

6.6

Negli ambienti musicali “alternativi” italiani il liscio romagnolo – con buona pace dei romagnoli come il sottoscritto – è stato ormai sdoganato: inaspettati approfondimenti su riviste di settore, professionisti che lo hanno paragonato al folk-country americano per il suo essere testimonianza di una musica geograficamente circoscrivibile, dischi dedicati firmati da artisti lontani da quell’immaginario. Alla base della riscoperta c’è l’inevitabile ed efficace (in termini comunicativi) surrealismo che nasce dall’associare all’indie contemporaneo un genere che in Romagna è da sempre visto come la naturale destinazione del divertimento di persone “di una certa età” – soprattutto nelle derive musicalmente meno interessanti e ormai fossilizzate su canoni estetici “consapevoli” del pubblico di riferimento – ma anche l’effettivo buono spessore artistico di alcune testimonianze legate alla tradizione (pensiamo, ad esempio, al canzoniere di Secondo Casadei). Tutto questo finisce poi nello schiacciasassi di una retromania generalizzata che a costo di suonare sorprendente, curiosa e nuova agli occhi di ascoltatori non troppo esigenti (o magari soltanto giovani) riciclerebbe anche i sacchetti della spesa rivendendoli come buste per i dischi in vinile.

Sia chiaro, questo discorso introduttivo non ha nulla contro il liscio né contro chi lo suona: da sempre il genere coinvolge musicisti molto preparati, e nella sua versione più onesta e antica ha davvero un grande valore sociologico legato alla vecchia Romagna (contadina e marittima). Vero è però che la sua riscoperta, e in qualche caso il “rinnovamento” a cui viene sottoposto in termini musicali, spesso ha nulla a che fare con il recupero storico e molto con una curiosità epidermica e folcloristica.

Canzoni da ballo degli Extraliscio appartiene a quella che potremmo definire la categoria del “divertimento ragionato”, ovvero un modo per avere la botte piena e la moglie ubriaca: nato dall’incontro tra Mirco Mariani (Saluti da Saturno, uno che col dancing ha già flirtato in passato) e Moreno “il Biondo” Conficconi (figura storica delle orchestre romagnole di liscio), il “format” si è poi trasformato in una band vera e propria, in un paio di appuntamenti live di grande successo a Bologna e Rimini, e poi in questo album, in cui convivono brani inediti – in gran parte dello stesso Mariani – e cover riarrangiate. E così, tra un mambo, un foxtrot, un valzer e una polka, magari cantati dal Mauro Ferrara universalmente conosciuto come «la voce di Romagna mia nel mondo», nei quattordici brani in scaletta ci si impegna per unire mondi agli antipodi, cercando nel contempo di essere rispettosi. Ad esempio con una Mia cara celestina che sembra presa direttamente dal repertorio di qualche marching band di New Orleans (scelta meno azzardata di quel che si potrebbe pensare, visto che anche il liscio originale aveva qualche collegamento col jazz degli anni ’20), una A modo mio che sa di ragtime, oppure con lo strumentale di Secondo Casadei, Dolore, o la bellissima Il passatore (sempre targata Casadei).

Il viaggio è intrigante, e il disco è affezionato e onesto, inserito in un percorso artistico, quello di Mirco Mariani, che non poteva non approdare a questi lidi visti anche gli ammiccamenti presenti nei lavori precedenti. Rimane la consapevolezza, tuttavia, di trovarsi di fronte a un album che ci pare un figlio inevitabile dei nostri tempi.

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