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6.8

Nel lessico coniato da Ezra Furman “transangelic” indica la trasformazione di esseri umani in angeli. Il che è prima di tutto un processo di mutazione corporea, dal momento che crescono le ali. E coloro che le hanno sono diversi e per questo, nella dimensione parallela e distopica inventata dal cantautore dell’Illinois, sono additati, inseguiti, perseguitati da un governo reazionario e intollerante che dà loro la caccia. Da qui il concetto di fuga, o “exodus”, per restare in tema di Vecchio Testamento visto che Furman, tra le altre cose, è ebreo. Il che non è una nota a margine, poichè è lì dove si scontrano religione, politica, amore e sessualità che nasce la sua musica. Ed è la tensione tra questi elementi a farla vibrare.

Poi c’è la questione della sfuggevolezza. Il suo nuovo album ridefinisce e confonde le categorie, non solo linguistiche. E’ language-fluid ma anche gender-fluid. Se non lo conosceste e ne ascoltaste la voce per la prima volta, potreste chiedervi se a cantare sia un uomo o una donna. Ma in fondo non è importante. Quello che conta in Transangelic Exodus è il viaggio. Diremmo di essere al cospetto di un concept. O di un “road-record”. Qui l’angelo viaggia in compagnia della sua band, la quale ha pure lei subito una trasformazione, almeno nel nome: The Boy-Friends (al fianco del Nostro nelle ultime due fatiche in studio) sono diventati The Visions, ma sempre degli stessi elementi si tratta. Il loro è un rock n’roll droide che mescola garage ed elettronica, Velvet Underground e Jonathan Richman, e sorprende con l’iniziale Suck The Blood From My Wound, un gioiellino surf-pop dai riflessi springsteeniani che sembra dato in pasto a un Beck o un Ryan Adams; la splendida Driving Down To L.A., elettro-punk in slow motion accompagnato dal video in cui si vedono Furman e il suo compagno fuggire in auto braccati da un gruppo di neonazi che li tallonano a bordo di una berlina nera come la pece; e God Lifts Up The Lowly, dall’incedere cameristico, prima della parte finale affidata a una litania che ricorda il Thom Yorke del periodo più disturbato.

La varietà di registri canori è infatti un’altra peculiarità del compositore di Chicago, capace di alternare di volta in volta tono fiero, indispettito, languido, isterico, sofferente e collerico. Una versalitità che gli permette di assecondare con disinvoltura i vari umori dei brani, dalle tinte noir di Compulsive Liar (glielo diciamo o no a Cristiano Godano che la strofa è uguale a quella di Amen dei Marlene Kuntz?) agli echi 80s dell’irresistibile e spasmodica Maraschino-Red Dress $8.99 At Goodwill, all’afflato gattonesco di Love You So Bad, giocata quasi interamente sugli archi e sulla facilità di creare con pochissimi elementi una melodia praticamente perfetta. Non solo. Tra una tappa e l’altra della sua fuga il Nostro ha anche l’ardire di aggiungere un salmo (PSalm 151) a quelli già presenti nelle Sacre scritture, prima di giungere a destinazione con quella Lost My Innocence che suona un pò come un’ammissione. Però che importa: avremo pure perso l’innocenza per strada, ma adesso che siamo arrivati nessuno potrà più tarparci le ali.

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