Recensioni

Storia di un impiegato rappresenta davvero un “campo magnetico”. E non tanto per l’influenza musicale che ha avuto, quanto per come ha assorbito elementi sociali e biografici dal momento storico in cui è stato pubblicato. Sociali, perché il disco (uscito nel 1973) rielabora le tematiche dei movimenti studenteschi sessantottini, della controcultura ma anche dell’epoca delle stragi (piazza Fontana risale al 1969). Biografici, perché costringe per la prima volta il De Andrè anarchico e fuori dalle correnti politiche a prendere posizione sui cambiamenti in atto. Tanto da portarlo ad esprimere una sorta di disagio postumo nei confronti di un parto evidentemente sofferto: “Quando è uscito Storia di un impiegato avrei voluto bruciarlo. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di avere usato un linguaggio troppo oscuro, difficile. L’idea del disco era affascinante: dare del Sessantotto una lettura poetica. Invece è venuto fuori un disco politico. E ho fatto l’unica cosa che non avrei mai dovuto fare: spiegare alla gente come comportarsi”.
In realtà l’aspetto biografico non si limita soltanto a questo. La stessa figura dell’impiegato che riflette sul maggio francese non avendolo vissuto in prima persona, ricalca l’esperienza di un De Andrè emotivamente toccato dai moti studenteschi ma estraneo all’attivismo. Mescolandosi a vicende legate alla vita privata di quest’ultimo, come dichiara una Verranno a chiederti del nostro amore in realtà dedicata a una relazione affettiva del cantautore.
Ad ogni modo, si parla di un’opera piuttosto controversa. Per un equivoco sulle intenzioni con l’allora co-autore Giuseppe Bentivoglio ma anche per una verbosità eccessiva e a volte contorta (Al ballo mascherato) riassorbita a fatica dall’impianto musicale. Quest’ultimo in bilico tra i prodromi di quella svolta progressive che avverrà definitivamente grazie alla PFM nel 1979 (con il doppio In concerto) e gli arrangiamenti classici di Nicola Piovani. A parte il folk di Canzone del maggio e Nella mia ora di libertà, il resto è mescolanza, intreccio tra modernità e tradizione. Con una La bomba in testa attualizzata dal sintetizzatore di Giorgio Carnini e dai ritmi sincopati della batteria di Enzo Restuccia; una Sogno numero due in cui rimembranze Jethro Tull sostanziano il recitato imperioso del giudice che ringrazia l’impiegato per aver rafforzato con le sue bombe lo status quo; una Il bombarolo che parte come una marcetta popolare quasi comica nel descrivere l’attentato fallito, per poi concludersi con una coda orchestrale maestosa.
Una mescolanza affascinante ma non priva di debolezze, per un disco che rimane uno specchio fedele di un’epoca anch’essa difettosa, prolissa e piena di contraddizioni. In cui alla solidarietà sociale e alle conquiste di civiltà si affiancava un’ideologia capace di blindare la ragione e di sfociare nella stagione della tensione. In questo senso, il Fabrizio De Andrè di Storia di un impiegato si rivela una cartina di tornasole importante, oltre che un triste profeta di un decennio di devastazioni.
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