• Mar
    18
    2013

Album

Woodworm

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Già ce ne eravamo accorti nel 2011, l’anno dell’esordio Cavalli. Quello che rende i Fast Animals And Slow Kids così accattivanti è la faccia tosta di non dar per scontato niente, guardarti in faccia e sputarti (o darti una carezza). Ci aveva impressionato la freschezza di arrangiamenti ben costruiti, la maturità post-adolescenziale di un punk-rock al peperoncino e l’onestà intellettuale di testi introiettati così come di sottili critiche societarie. Con una parola, quello che ci aveva toccato era la loro beffarda tracotanza. In greco antico questa parola si traduce hybris.

Hybris è proprio il titolo del secondo lavoro dei FASK, con riferimento alla colpa primordiale dell’eroe greco (tragico, per lo più) che, non assecondando il volere divino, finisce nelle meccanizzazioni luttuose del fato. Ma il concetto di colpa (in una società per lo più interessata alla vergogna) non era molto familiare ai greci. Le nuove tecnologie, il social networking e l’abbattimento delle barriere della privacy ci hanno un po’ riportato a quella forma ancestrale di società, interessata più alla bella faccia, al pudore che al contenuto del logos.

Possiamo solo congetturare che questo sia lo sfondo ispirante gli undici capitoli di Hybris, disco carichissimo, dal fiato spezzato, da chitarre mastodontica alla maniera di uno stoner italofono. I FASK si sono sostanzialmente emancipati dal capitolo Zen CircusTeatro degli Orrori, che li avrebbe resi delle macchiette alla mercé di un’industria già ben istituzionalizzata. In Hybris spicca la novità dei fiati, lanciati in pasto alle barriere di riff tra Dead Kennedys e Husker Du, Ministri e Fine Before You Came; si lasciano sentire i violini salvifici di Bologna Violenta in Maria Antonietta e le percussioni acide di Davide Zolli dei Mojomatics in Troia.

Assimilando lezioni di maestri come Raein e La Quiete, i FASK addolciscono e smussano, laddove possono, la componente hardcore, non rinunciando agli stop and go, ai monumentali riff d’assalto, alle cavalcate corali che di certo dal vivo hanno un effetto diverso. Quello che risulta più interessante di Hybris è che, al di là del giusto equilibrio negli arrangiamenti (che i FASK padroneggiano come decani del genere), l’apparato lirico si coagula perfettamente nell’irto percorso delle orchestrazioni.

La sensazione è che tutto posso esplodere da un momento all’altro (“E lo so che è meglio se esplodo” si urla in A cosa ci serve) eppure è come se il fiato manchi ad ogni brano (“Se solo avessi io più fiato in me…” si sospira in Canzone per un abete, parte II – salvo, naturalmente, la mancanza di una Canzone per un abete, parte I) e allora, forse è meglio fare meno giri di parola e ripiegare sul personale (“Nascondevo a me stesso che cercavo il disastro” in Combattere l’incertezza) o farsi sentire abili anche a maneggiare la critica senza risultare pedanti (“Perché il mondo è già troppo grande, una famiglia è già troppo grande: ci abituiamo a fare troppe domande, non ascoltiamo neanche le risposte”).

28 Febbraio 2013
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