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7.5

Sarà un’impressione, ma negli ultimi anni (nell’ultimo, in particolare) sembra crescere con vigore l’interesse verso paesaggi sonori dai contorni meditabondi, rarefatti, quasi spirituali. In questo filone a cavallo tra library music, folk magico e grey (più che new) age, alla fine del 2020 è uscito l’ultimo lavoro della compositrice di stanza a Brooklyn Faten Kanaan. Si intitola ambiguamente A Mythology of Circles: non è altro, in effetti, che una trasposizione in parole dell’inafferrabilità dei loop umbratili che intessono le composizioni del disco. 

Una mitologia dei cicli, un luogo a metà tra il fantastico e il suggestivo: è qui che ci trascina Faten Kanaan abbandonando il cantato dei precedenti lavori (l’ultimo, Foxes, uscito su More Than Human Records nel 2018) ma non certo la vocalità. D’accordo, non è però la voce la protagonista, come invece nelle prove coeve di Lyra Pramuk o Cucina Povera, e anzi il linguaggio non interviene mai; eppure sintetici fraseggi gregoriani contribuiscono (sin dal prologo Patagonia Motet 1: Lago) a tratteggiare maree sonore reminiscenti certi archetipi medievali. Sono racconti-mantra dai quali riemergono qua e là suggestioni elettroniche, schegge classicheggianti, o ancora bordoni spessi e gonfi; spirali sonore che non si deteriorano come i loop di Basinski, ma si stratificano alla maniera delle venature dei tronchi. 

In mezzo a questa mistica c’è spazio anche per domandarsi – senza rispondersi definitivamente – quale sia il luogo della percezione collettiva in cui nasce il bisogno di ritrovare il mistero: pezzi come The North Wind sono insieme tanto primordiali quanto attuali. Forse per quell’incedere ineluttabile che crescendo ci ricorda l’entropia delle cose (e quanto essa possa essere creatrice). Momenti come questi (Hesperides, Night Tide / Anteros) si intervallano ai più frequenti brani narrativi (la notturna e folkloristica The Archer che si risolve in un arpeggio trance, o una Birds of Myrrh che ha il sapore di un cupo divertissement) che esaltano il gusto di Kanaan per il racconto. 

In effetti, proprio come un mito che viene tramandato, raccontato, rielaborato, anche questo lavoro una volta terminato l’ascolto lascia l’impressione di essere una storia unica, che si muove in maniera fluida di traccia in traccia, quasi amalgamandole in un unico grumo sonico che avanza per folate. Una di queste onde a un certo punto interseca qualcosa che potremmo ricondurre all’origin story dei Boards of Canada (la coppia Mist & Madrigal/ Rêve-Rivière), altrove l’imperfezione dei loop (riprodotti in realtà analogicamente, senza ausilio di sequenziatori) regala al disco una voce distintiva, arricchita da riferimenti (l’artwork, così come molti dei titoli) ai miti e all’arte greca. 

Faten Kanaan ha racchiuso in questi tre quarti d’ora un manifesto sonoro stranamente affascinante, che a ogni ascolto si arricchisce di rimandi, dettagli, silenzi – anche. Se le storie sono fatte per essere tramandate, i loop di A Mythology of Circles sembrano avere lo stesso ardire, tanto da lasciare – finito l’ascolto – l’impressione di essere usciti da un universo narrativo tanto omogeneo quanto familiare. Un ottimo rifugio, ma anche un meraviglioso viaggio. 

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