Recensioni

Croce, ovvero una carta di identità per l’estero che parla (a modo suo) di liturgia, e quindi di Italia, dal momento che fuori dai patri confini veniamo associati al cattolicesimo più di quanto vorremmo. E poi gli accostamenti all’immaginario di registi come Dario Argento, Mario Bava, o Lucio Fulci che leggi talvolta in alcuni articoli di testate straniere, seconda faccia (ipotetica, appetibile, ma francamente per nulla accertata) di un suono che, volontariamente o meno, ritrova negli stereotipi horror un viatico per rendersi riconoscibile.
E dire che di stereotipato il sound dei Father Murphy non ha proprio nulla, mentre della ritualità ha quasi tutto. Una ritualità che esula i testi sacri e l’iconografia più trita, per farsi peculiare metodo e poetica: il primo esplicitato in una dimensione live in cui Federico Zanatta e Chiara Lee sono un tutto uno di coordinazione gestuale e strumentale, contrappunti e cesure, curatori di una performance – e non solo di un concerto – che pretende innanzitutto concentrazione e trasporto; il secondo ben rappresentato da un flusso sonoro chiesastico nei timbri, prima che negli argomenti (ascoltatevi il drone di organo di They Won’t Hurt You), minaccioso e imponente nel suo innalzarsi a pulpito e buona (si fa per dire) novella, ossessivo nel salmodiare e reiterare il messaggio alla base (So This Is Permanent). La peculiare chiesa dei Father Murphy ha sempre più a che fare coi clangori industriali (A Purpose, una sorta di clivebarkeriana discesa agli inferi tra urla che diventano barriti e che nascondono un’anima quasi carpenteriana) e inquietanti parentesi ambientali lovecraftiane (We Walk By Faith), ossimorica nel suo essere battesimo ed estrema unzione al tempo stesso, grembo di bordoni e inferno concettuale filtrato da una pletora di effetti.
Eppure in questa giungla di immagini – perché di questo si tratta, non solo di suoni – il timone rimane puntato verso una logica stringente. Croce è ancora più organico e coerente del precedente Anyway Your Children Will Deny It: dove questo era massiccio e debordante, il qui presente diventa narrativo, impegnato in un logorio ai fianchi che ti trascina senza forzarti, quasi si trattasse di una pièce teatrale, invece che di un disco. Registrato ad Albuquerque da John Dieterich dei Deerhoof e mixato da Greg Saunier (sempre dei Deerhoof), il quinto full-length della band di Treviso è l’ennesimo, avvincente, capitolo di un romanzo (non solo ipotetico) che parla di integrità artistica, originalità e grande personalità. Del resto se anche Michael Gira ha espresso il suo apprezzamento per il lavoro del duo italiano, un motivo ci sarà.
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