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Giovanni Lindo Ferretti sta godendo in vita di quello che di solito accade agli artisti dopo la morte: l’essere circondato da un’aura di mitologia crescente, una rivalutazione quasi nostalgica dell’opera che il personaggio ha prodotto, una discussione accesa su un percorso ricco di prese di posizione estreme, contraddittorie, almeno quanto personali. Il seguito di cui ancora gode l’ex CCCP, nonostante le polemiche e le accuse di mancata coerenza che lo hanno investito negli ultimi anni, è un fatto innegabile: lo si vede nei contatti che raccolgono on-line le news che lo riguardano, nel pubblico che lo segue ancora in concerto e, nel caso specifico, in una sala Mastroianni del Cinema Lumière di Bologna piena fino all’inverosimile in occasione della prima del film biografico di Germano Maccioni Fedele alla linea. Del resto il percorso stesso del personaggio, a una visione esterna e piuttosto semplicistica, pare davvero una morte in vita: il Giovanni Lindo iscritto in gioventù a Lotta Continua che poi diventa il punk anticlericale e in fissa col comunismo e l’Unione Sovietica del periodo CCCP; l’artista maturo e riflessivo rappresentato dai dischi di CSI e PGR trasformato nel cattolico intransigente editorialista per L’Avvenire. Un “suicidio” inspiegabile agli occhi dei sostenitori, che ha contribuito non poco, assieme all’auto-esilio dell’uomo sui monti di Cerreto Alpi, alla costruzione di quel sostrato “mitologico” cui si faceva riferimento poche righe più su.

Storia di Fede, insomma, non solo quella ferrettiana ma anche quella dei fan. Iscritti anch’essi inconsapevolmente a una Chiesa che l’artista ha costruito negli anni con i mattoni dell’ideologia ostentata, della musica senza compromessi e il cemento di una poesia tagliente, alta e con pochi pari. Quei fan che nella conferenza presieduta dallo stesso Ferretti successiva alla proiezione del film, non esitano un attimo a prendere il microfono per far presente all’ex CCCP di essersi tatuati sul corpo un Emilia Paranoica – dall’omonimo brano della band di Reggio Emilia – in suo onore (e allora certe accuse di tradimento rivolte al personaggio, poi, ti sembrano più chiare); gli stessi che nelle vesti di uno studente della Scuola di Giornalismo di Bologna chiedono, chissà perché a me, un parere sulla svolta contraddittoria e “inspiegabile” di Ferretti non comprendendo che il Ferretti di cui parlano è la loro proiezione del personaggio e non l’essere umano reale, con la propria storia. L’essere umano che la pellicola di Maccioni mette in mostra con una certa grazia e intimità, silenzio e senso del contesto.

A quanto pare il film sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni di un Giovanni Lindo capace di lasciare massima libertà di “traduzione” al giovane regista, uno spaccato della nuova attività dell’ex CCCP: il teatro barbarico montano, «un’opera equestre sull’antico sodalizio tra uomini e cavalli». Maccioni va oltre decidendo di inserire la tematica richiesta in un percorso biografico che aiuti a comprendere non solo quell’ultimo passo di Ferretti, ma anche tutti gli altri. E allora spazio alla storia familiare narrata in prima persona, a racconti e aneddoti (impagabile quello che descrive un Giovanni Lindo bambino al cospetto di Mago Zurlì), alla malattia, ma soprattutto a un senso della religione sempre presente – in gioventù come argomento di critica, nella maturità come riscoperta – che traspare dalle immagini e dalle testimonianze dirette. Una religione che, tuttavia, diversamente da quanto ci si sarebbe potuti aspettare avendo in mente certe dichiarazioni pro-Ratzinger di qualche tempo fa dello stesso Ferretti, poco sembra avere a che fare con l’istituzione ecclesiastica e molto con la società contadina, la terra, concetti universali come “morte” e “vita”. La morte con cui ci si dovrebbe confrontare già da bambini, dice il musicista, per comprenderne significato e onnipresenza; la vita testimoniata dalle immagini di un puledro appena nato e dalla fisicità di quei cavalli che ribadiscono a modo loro la materialità semplice – ma anche filosofica – del Ferretti contemporaneo.

Ti accorgi allora che il “tradimento” ideologico del Nostro non è frutto di un’illuminazione improvvisa o di un momento di follia, ma figlio dell’educazione (nascita in una famiglia cattolica, infanzia spesa in un collegio di suore), di un percorso artistico ben preciso («Fedele alla linea, la linea non c’è» si cantava ai tempi dei CCCP, «splendente in età acerba, di passione rosso fiammante, ma senza età matura, marcia impostura» ribadivano i CSI di Unità di produzione), dell’essere scampati alla morte in più di un’occasione (l’ultima, il tumore al polmone), di una riconciliazione con una madre che rappresenta l’utero di un modo di vivere rassicurante e lontano da una modernità in cui non ci si riconosce più. Verso la riscoperta dell’individuo, più che della moltitudine, lo stesso individuo che l’ideologia politica organizza in essere sociale per questioni pratiche e per necessità di autoconservazione, non rispettandone peculiarità, diversità, esigenze esistenziali primarie.

Se si può non essere d’accordo con certe posizioni cattoliche intransigenti propagandate dal Ferretti del 2013 – pur riconoscendo all’uomo scelte di vita coraggiose -, certo non si può non condividere quest’ultimo concetto. Un messaggio che emerge da un film documentaristico che non vuole celebrare miti o ideologie, preferendo invece trasformare l’icona in uomo, il poeta in essere umano, al fine di rendelo più comprensibile. Anche agli occhi di quelli che fino a ieri lo hanno impallinato senza pietà e che oggi lo riscoprono individuo con tutti i limiti, le paure, le contraddizioni e le gioie del caso.

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