Cult Movie

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Il cinema, ormai, ha più di cento anni. Di film ne sono stati prodotti, girati e montati, un numero con molti zeri a seguire. I nomi dei registi importanti si fatica a contenerli in memoria. Gli attori, e tutto il loro fascino, neanche a parlarne. Eppure, ogni tanto, in mezzo all’eterno battage pubblicitario che indica il prossimo Capolavoro, la nuova Star, l’Autore sconosciuto, bisognerebbe fermarsi, almeno un po’, giusto per capire quali film siano entrati nell’immaginario collettivo, con quale forza, per quali motivi. Ed è un buon esercizio da compiere: perchè il cinema, una volta assorbito, diventa un luogo dei nostri pensieri, un modo di comprendere il mondo e dare significato al tempo, allo spazio, alla vita. Se vi va, chiamatelo pure con il suo nome, questo esercizio. Consapevolezza, è una parola che difficilmente compare tra le pieghe dei media. Nessuna novità, quindi, se mentre state lì a ragionare, vi ritrovate in testa la celebre battuta di Blade Runner(“Io ne ho visto cose che voi umani non potete immaginarvi”), o l’attacco tutto fuoco e napalm di Apocalypse Now,o l’esplosione di frigoriferi e salotti nel finale di Zabriskie Point,o la musica struggente di C’era una volta in America, o il cappotto rosso della bambina di Schindler’s List, o la faccia della Duvall mentre Jack Nicholson sfonda a colpi d’ascia la porta in Shining. Ci sono un’infinità di questi ricordi. E la cosa interessante, è che ognuno ha le proprie: leimmagini che segnano per il resto della vita – immagini, suoni, parole, che condensano un modo di percepire e pensare il mondo.

E se scavate bene, tra tutti i ricordi, ci sono sempre quei pochi fotogrammi, in bianco e nero, con quella donna – nel film Silvia, nella vita Anita Ekberg – e il suo vestito nero, i suoi capelli lunghi e biondi, bellissima, che entra nella Fontana di Trevi, e fa il bagno sotto la cascata d’acqua, e se ne sta lì, e poi dice: “Marcello, come here”, e Marcello entra in acqua, un Marcello Mastroianni giovane, ben pettinato, in abito nero, che entra nell’acqua, e la raggiunge, la guarda, non osa toccarla, e poi: “Silvia”, dice, “come sei bella”, mentre il mattino, improvviso, appare, e li trova lì, ancora dentro la fontana, sorpresi una volta per tutte. 

Così, anche se non avete mai visto La dolce vita – uno dei capolavori assoluti del cinema, il film che consacrò Fellini, a Cannes, nel 1960, con la vittoria della Palma d’Oro, il premio più ambito – di sicuro conoscerete la famosa sequenza appena descritta. E l’avrete vista chissà quante volte, magari un solo spezzone – quello dove lei entra nell’acqua. Forse, vi sarà capitato di vederla in un tigì, impaginata tra qualche servizio. O in qualche programma tivù, nel suo scintillante bianco e nero, a simboleggiare qualcosa apparsa tanto tempo fa, voluta da tutti e ormai irrimediabilmente perduta. E la cosa è molto strana. Perchè, per un corto circuito dell’immaginario, quella sola sequenza, indica il classico Tempo Dell’Oro, il periodo aureo di una civiltà: quello in cui tutto filava a meraviglia, e si stava bene, e la vita la si godeva da matti. Ma se guardate il film, dall’inizio alla fine, con tutti i suoi personaggi, e le storie che s’intrecciano e si sovrappongono, troverete ben poco di dolce, nella vita di quegli anni, i ruggenti ‘60 dell’Italia del boom economico. Anzi, sarà l’amaro a restarvi in bocca: il genere di sentimento che si scioglie a fatica, in qualche profondità, e lascia storditi, senza alcuna illusione.

Il film si apre in una maniera spettacolare: nel cielo che sovrasta la campagna romana – con il suo campo di calcio, e i ruderi millenari dell’acquedotto – due elicotteri, uno dietro l’altro, diretti verso San Pietro. Il primo elicottero regge, imbracata dalle funi, la statua di un Cristo pacifico, bianco, con le braccia spalancate. Il secondo ospita il pilota, il giornalista Marcello Rubini, e un paparazzo che da quell’altezza fotografa l’evento. Ed è un attacco da applausi. Perchè negli iniziali 2 minuti e 50 secondi, ritroviamo una geografia, un’epoca, una dichiarazione d’intenti. La geografia instabile e precaria di un’Italia in cui si costruisce dappertutto, con cantieri aperti ovunque, e palazzoni tra le spianate, e muratori che discendono dagli antichi contadini. Il ritratto fulminante di un’epoca che ha perso ogni malizia, ogni millenaria precauzione, e ha già trasformato perfino la religione in evento, in un fatto spettacolare costruito da e per i media. Una dichiarazione d’intenti di Federico Fellini, così visibile tra quei fotogrammi, che ci avvisa, con quei due elicotteri, che sarà unaricognizionesull’altoil suo film, l’osservazione feroce e spietata di quella parte di società che vive ai piani alti, chiusa nei suoi attici, confinata nei suoi loft, distinta dal brulicare della vita quotidiana sulle strade del mondo. Intendiamoci: se è quello che state pensando, non è un film neorealista.

Tutto è immerso in un’atmosfera onirica, a metà tra sogno e incubo: quel genere di atmosfera che ha reso stranianti, unici, i film di Fellini. Eppure, con La dolce vita, è come se Fellini chiudesse quel cerchio aperto da Pasolini con altri film quali AccattoneMamma RomaLa ricotta: al vuoto della vita delle borgate poverissime e preistoriche disegnata da Pasolini, Fellini somma il vuoto della vita dell’aristocrazia, delle star, degli intellettuali, degli elegantissimi, dei cultori della bellezza. E insieme, seppure con modi e forme diverse, i due grandi registi lasciano intuire l’abisso e lo squallore che si profila nel ricordo di quegli anni. Di dolcezza, insomma, ce n’è ben poca.

Lo stesso Pasolini, nel suo La ricotta, metterà in bocca ad un giovane Orson Wellesproprio quella battuta riguardo Fellini: “Egli danza. Egli danza.” Ed è vera, quella battuta lì, se guardate qualsiasi film di Fellini. Ancora più vera per La dolce vita: una lunga discesa agli inferi in punta di danza. La storia è presto detta. Marcello Rubini, giovane giornalista dalle grandi ambizioni letterarie, passa il giorno a caccia di scoop, scandali, offese alla morale, oltraggi al pudore, tradimenti, malintesi. E per meglio osservare, per poterne scrivere, riversa se stesso e la sua scia di paparazzi dovunque si dia appuntamento il jet set, la gente che conta: nelle vie del centro, nei ristoranti, nei castelli, nelle ville, nei club, negli hotel. E sono come gironi dell’inferno, quei posti. Gironi dorati, con demoni eleganti e tentatori, dove perdere speranze, ambizioni, illusioni. Finisce che Marcello, senza accorgersi, poco per volta, diventa uno di loro. E la cosa più spaventosa è la lucidità, la consapevolezza, con cui ci finisce nell’abisso. Sa tutto, conosce la sua dannazione, e non può fare a meno di scendere giù nel gorgo, vivere almeno quello. La sequenza finale, puro cinema in cui le parole non servono, con la ragazzina, nel vestito nero, che chiama Marcello, nel suo vestito bianco – dove anche i colori hanno perso un ordine e un senso – è l’ultima tappa: vivere sapendo di essere già morti. Vivere sapendo, ormai, che è tutto inutile.

Ed è materiale che scotta, quello che s’intravede tra le pieghe della pellicola. Materiale che mise nei guai Fellini, tanto che alla prima del film fu quasi linciato e fatto oggetto di sputi, con moltissima stampa a definire quel film spazzatura, senza mezzi termini. Eppure, guardato oggi, a 47 anni dalla sua uscita, La dolce vitastupisce per il riserbo e il tatto con cui Fellini mise a fuoco quell’inferno. La volgarità non è del film, semmai dei suoi personaggi, delle storie dei personaggi. L’abisso che s’intravede è frutto di una scrittura perfetta e di una direzione magistrale. E in quei gironi, in quegli episodi apparentemente slegati l’uno dagli altri, è Marcello, un nuovo Virgilio in giacca e cravatta, a prenderci per mano e affondarci nel gorgo. Manca davvero il respiro quando la parola FINE riporta alla realtà. E questo dimostra la potenza del film, la sua forza, sotto il bianco e nero scintillante.

1 aprile 2007
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