Recensioni

7.3

Tra le voci femminili di area songwriting sbocciate nel decennio scorso, quella di Leslie Feist è tra le più intriganti per quel suo modo di smarcarsi tra presente e passato, il timbro languido e disincantato di chi vive la tradizione come un gesto tra gli altri per traghettare l’oggi nel domani. Senza perdersi in nostalgie che conta più mettere in scena struggimenti e inquietudini contemporanee (e ciò spiega la scelta di due collaboratori di lungo corso come Chilly Gonzales e del somalo/canadese Mocky alla produzione).

I quattro anni di attesa dal predecessore The Reminder sono una conferma dell’indole aliena di questa ragazza, refrattaria ai ritmi convulsi dell’era internet eppure per nulla a disagio nel carosello mediatico che la vede protagonista di teaser evocativi e book fotografici che sfondano lo schermo (con quella sua bellezza indocile e spigolosa da giovane Patti Smith).

Una dimensione contraddittoria cui il qui presente Metals – quarto album in dodici anni – apparecchia scenografie ottimali: dodici tracce sospese in un delizioso, suggestivo strabismo estetico, il folk-pop evoluto e i detriti soul, la ballata come archetipo necessario e tela da inzaccherare con estro terrigno e post-moderno. Vedi l’incedere solenne à la Will Oldham di Graveyard, morbidezze brass di fondo e lo sconcerto sottile di quel canto da nipotina scafata di Joni Mitchell, più lo sfarfallio allegorico dei coretti che rammentano il sempre caro Sufjan Stevens. Oppure vedi la notevole A Commotion, ovvero l’incontro tra Kate Bush e PJ Harvey nell’universo parallelo del pop-rock dei nostri sogni, tensione blues e vampe avant sulla spinta incalzante degli archi.

O ancora, con intenzioni certo più carezzevoli, quella How Come You Never Go There che diresti frutto d’una Norah Jones più autorevole e strutturata oppure d’una Joan As Police Woman ricondotta a più miti consigli roots. C’è anche modo di ripensare alla Cat Power memphisiana – di per sé già tutta una sagra di disillusione e riarticolazioni – nelle venature gospel elettrizzate della opener The Bad In Each Other, così come al country folk ruvido e fragrante di Lucinda Williams in quella Comfort Me che s’abbandona a striature liriche Joanna Newsom via Tori Amos, mentre Anti Pioneer spalma soul come bitume su una ballad che mastica inquietudini Beth Gibbons e poi si concede una stordente, azzeccatissima agnizione orchestrale.

Per quanto mi riguarda Feist ha trovato la chiave giusta per realizzarsi, ha rivelato se stessa come cantautrice a cavallo tra saldezza e smarrimento, vale a dire nel pieno dell’attrito emotivo che caratterizza i nostri strani giorni.

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