Recensioni

7.8

«Se si devono guardare le cose per come esse appaiono, allora il mio obiettivo è osservarle con occhi più grandi». Certi artisti sanno trasmettere la propria visione del mondo senza usare artifici o manierismi. Leslie Feist è una dei fortunati possessori di questa straordinaria capacità espressiva. Superata la soglia dei quarant’anni e a sei anni di distanza da Metals, è tornata a ricordarcelo, questa volta presentandosi con una nuova visione delle cose, più consapevole e serena, ma ancora forte dell’aiuto dei suoi amici e collaboratori Dominic “Mocky” Salole e Renaud LeTang. Mentre l’album precedente era una descrizione dei momenti cardine di una storia d’amore giunta a una dolorosa ma inevitabile fine, Pleasure è una raccolta di episodi ed emozioni alternate, un diario sonoro in cui l’intimità e il calore della voce di Feist sono accentuati ancora di più dalla scelta di lasciare quasi tutti i suoni al loro stato grezzo, dando così al noise di sottofondo un ruolo fondamentale e imprescindibile per tutta la durata d’ascolto, ad eccezione di alcuni momenti. Nonostante da tracklist le canzoni siano undici in tutto, ognuna di esse è in realtà suddivisa in due parti ben distinte, che rappresentano perfettamente la volubilità del piacere e la costante imprevedibilità della vita, tra esperienze positive e negative, dolorose ed estatiche. Ribellandosi come sempre all’imitazione e al conformismo, e mostrando orgogliosamente le sue radici punk, con Pleasure Feist rende evidente, forse più che mai prima d’ora, la sua autorità, dimostrando che è possibile creare dinamismo ed energia senza doversi esprimere in un unico genere musicale e senza seguire schemi definiti.

Cinque canzoni, in particolare, rappresentano al meglio il continuo gioco di effetti e sonorità che caratterizza l’intero album e lo rende un’esperienza d’ascolto pluridimensionale: la title track, che si apre come una ballata cupa e riflessiva e si evolve in un incalzante inno al piacere; Get Not High, Get Not Low, in cui la voce cambia direzione tra strofa e ritornello, passando dall’essere riverberata e distante al colpire improvvisamente l’ascoltatore con un repentino spostamento in primo piano; la ballata nostalgica A Man Is Not His Song, che si conclude con un’inaspettata virata metal su un sample dei Mastodon; la grandiosa Any Party, che rappresenta un piccolo cortometraggio sonoro, in cui le parole del testo diventano la voce narrante delle azioni di una sconosciuta che passa dall’ascoltare Feist in un locale al camminare in mezzo al caos della città; infine Century, la traccia più potente dell’album, che include una poesia scritta da Feist insieme a Jarvis Cocker e si conclude di colpo, senza alcun fade out, slegandosi del tutto dalla traccia successiva e lasciando volutamente una sensazione di incompletezza. Dal punto di vista dei testi (come sempre enigmatici e aperti a molteplici interpretazioni), le canzoni sembrano trattare in modi diversi il trascorrere del tempo e i cambiamenti che questo comporta: dalla sensazione di mancanza di qualcuno che si credeva di conoscere (I Wish I Didn’t Miss You) ai sogni perduti e mutati negli anni (Lost Dreams), passando dai cambiamenti estremi d’umore (Get Not High, Get Not Low), i cambiamenti fisici dati dall’invecchiamento (Young Up) e la diversa percezione delle ore in momenti diversi della vita (Century).

«Ho intitolato quest’album Pleasure, come se stessi piantando un seme o volessi  profetizzare un’ondata di energia. L’esperienza del piacere può essere debole o profonda. A volte è temporanea, a volte è scarsamente duratura. Di solito è uno stimolo». Pleasure è tutto questo: un piacere, di nome e di fatto, ed un ascolto di cui godere e fare tesoro in questo 2017.

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