Recensioni

Sesso, amore, critica sociale, false aspirazioni e falsi ideali, corpo e anima, ma anche una dimensione personale che evidentemente fluisce attraverso le tematiche dell’album: quel femminismo orgoglioso che si intuiva nell’omonimo disco d’esordio di Francesca Messina/Femina Ridens, in Schiaffi riemerge, ma senza il peso di un’ideologia nostalgica. Al massimo con l’ironia amara e il sarcasmo che gli argomenti trattati meritano. A partire da una Masturbati di Andrea Tich che, cantata dalla “barricadera” musicista fiorentina, potrebbe suonare anche come una discreta presa per i fondelli per il maschio italiano pieno di sé («tanto bello prima, quanto triste dopo»). E va bene, perché in fondo è questo che ci aspettiamo dalla Messina: suonare obliqua e inclassificabile, in quel limbo da cantautrice atipica capace di rendere credibili concetti e parole difficili da maneggiare per un musicista senza la sua voce e la sua teatralità controllata.
In Schiaffi c’e meno poesia ma più carattere e pragmatismo, rispetto al disco d’esordio, il che non è per forza un difetto. I testi dei brani guadagnano ulteriore spessore, rimanendo comunque in quel traballante universo semantico tra diario personale e dimensione pubblica che si perde in uno «stronza» ripetuto fino all’ossessione, ma ti stende anche con un «quanto può durare questa sfida / tra sorrisi forzati e vertiginose attese / gioco al massacro / fatto con grazia / ed un mistero / che ci inventa / e poi ci annienta». E allora se la bellissima Cuore di coniglio («chiuso in una stanza abbandonato / cuore di coniglio prima del primo bacio / smetti di osservare i desideri / salta nell’ignoto, condividi») convive con gli scambi nervosi in stile Bo Diddley di Come Te, l’estremismo letterale di Esisti solo tu («shopping & fucking & shopping & fucking») brinda col post-punk scheletrico di La banalità («dove vai resta qui stai con me dì di sì / semplifica semplifica semplifica»). Il tutto con la consueta economia di strumenti, tra chitarra acustica, synth, e l’elettronica e il basso di Massimiliano Lo Sardo, in tutto e per tutto parte integrante della squadra.
Cos’è che rende credibile un musicista? Una solida e riconoscibile identità sonora di cui chi ascolta può godere, appagato da un’immediato sentimento di appartenenza, o il coraggio di saltare nel vuoto ogni volta, accettandone le conseguenze? La domanda è retorica, e certo non saremo noi a dirvi in quale delle due categorie rientri Femina Ridens con la mezz’ora scarsa di questo Schiaffi.
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