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C’è un punto, nella traiettoria di Fennesz, in cui le asprezze degli esordi – la distorsione totale, il rumore come strumento, l’ascetismo glitch – cominciano a dissolversi in qualcosa di più lirico. Endless Summer è quel punto. È la quadratura del cerchio, l’istante in cui l’elettronica trova una voce emotiva senza rinunciare alla sua natura artificiale. Un disco che non leviga, ma incanta. Che non rifinisce, ma rifrange. Dove le chitarre, dopo mesi di marinata noise, riemergono con timbri shoegazey e malinconici, sommerse e insieme lucenti.

Pubblicato nel 2001 su Mego, nel pieno di una stagione di ricerca radicale (Kim Cascone, SND, Oval, Ryoji Ikeda, Alva Noto), Endless Summer sorprende per la sua leggerezza apparente. Dentro ci sono i Beach Boys – o meglio, un’eco deformata dei Beach Boys, scomposta in armonici granulosi e bagliori digitali. Pop che non è pop, Beach Boys che non sono i Beach Boys: nella magia della trasfigurazione quel che ritorna in cuffia è l’eterno miraggio estivo, quel mare magnum di suono che ogni elettronico sogna di comporre (David Toop docet). È una nostalgia che non ha parole, ma si manifesta nei dettagli – nei glitch come punture di sabbia, nei riverberi che sembrano il riflesso del sole sull’acqua.

All’epoca Christian Fennesz viveva a una decina di chilometri da Vienna, sulle rive del lago di Neusiedl, dove i rilievi mitteleuropei si stemperano in vallate pianeggianti e gli orizzonti si infiammano al tramonto. Questi paesaggi li ha respirati e musicati, lasciando che si insinuassero nei circuiti, nei bug, nei test tones, fino a diventare paesaggi sonori. Ha fatto dei difetti tecnologici una poetica, dei limiti della macchina una grammatica intima. E in Endless Summer questa weltanschauung si declina in modo sorprendentemente accessibile, quasi sentimentale. Un’idea di musica che non si basa su una filosofia, ma su un comportamento, un mood mutevole. Dove tutto è personale, perfino le scelte tecniche: vecchi compressori valvolari, microfoni anni ’60, software spinti fino al crash, alla rottura programmata.

Musicalmente, suona come se Kevin Shields avesse remixato i Beach Boys usando una vecchia chitarra malconcia e un laptop sgangherato. È una pastorale digitale, una carezza distorta, una forma di canto senza voce. In Caecilia – capolavoro nel capolavoro – la struttura melodica emerge tra saturazioni e pulviscoli digitali, come un ricordo troppo vivo per essere messo a fuoco. Happy Audio, la traccia più lunga dell’album, è un lungo piano sequenza ottenuto da distorsioni granulari, una tunnel vision dove il sentimento non viene negato, ma introdotto per accumulo e infine rilasciato nella stratosfera. La basinskiana In A Year in a Minute condensa la nostalgia in loop pennellati sulle cornici frastagliate del suono.

Dietro quel laptop c’è un chitarrista che ha iniziato col punk a quattordici anni, ma che si è formato davvero attraverso esperienze noise-pop. I Maische, un gruppo formato a Vienna, prendevano più di uno spunto da Sonic Youth e My Bloody Valentine, e quelle sonorità ritorneranno trasfigurate nel momento in cui si immerge nella scena elettronica. Fennesz ha sempre cercato di trasformare il suono in qualcos’altro, scoprendo che per farlo aveva bisogno tanto di macchine quanto di un concetto base come la memoria, e non parliamo di ROM e RAM. Fennesz, in fondo, suona i suoi ricordi. Lo ha detto lui stesso: durante le session di Endless Summer aveva nella mente immagini nitide dell’infanzia, dei laghi, della sabbia. Ecco perché il disco funziona come una cartolina digitale che sfuma tra le dita, come un’estate ricordata con amore, ma già distorta dal tempo.

Non è un caso che la critica, per una volta, sia stata unanime: Endless Summer ha raccolto consensi trasversali, finendo in cima alle classifiche dei migliori album del 2001 e tra gli imprescindibili dell’ambient e della laptop music. Ma più dei premi e delle liste, conta il suo impatto: ha aperto una breccia emotiva nella scena glitch, ha mostrato che si poteva usare la tecnologia senza farsi dominare, che si poteva commuovere anche con i detriti.

Da lì in poi la traiettoria di Fennesz si sposterà, con Venice, verso una musica più acustica e collaborativa (David Sylvian in primis), ma quel primo passo verso il calore, l’ambiguità, il “colore” del suono – quello che in Venice si fa quasi orchestrale – avviene qui. In Endless Summer, disco di transizione e insieme di compimento, che ancora oggi suona necessario, inclassificabile, irripetibile.

Come certi tramonti che sembrano infiniti, ma che in realtà durano poco. Abbastanza però da restare impressi. Per sempre.

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