Recensioni

Come da tradizione, i Fine Before You Came sono tornati a sorpresa con un nuovo album, diffondendone stavolta anticipatamente lo streaming attraverso la loro mailing list, per poi pubblicarlo alcune ore dopo via Bandcamp (in arrivo la stampa in vinile e CD via Legno). Oltretutto la storica formazione milanese, a differenza di tutte le altre volte, ha scelto per la prima volta di non renderlo disponibile in download gratuito, né di diffonderlo via YouTube o Spotify: una scelta interessante e apprezzabile che si spera possa destare l’attenzione sul senso più generale del supporto che si dovrebbe al lavoro dei musicisti e, nondimeno, sullo sfruttamento iniquo che ne fanno le varie corporation digitali.
Venendo ai fatti, Forme Complesse porta la storica band milanese a uno snodo importante del suo percorso, quello che a partire dall’emocore di Joan Of Arc e American Football approda a un discorso cantautorale, immerso totalmente in un contesto umorale e cupo (anche troppo per certi versi), arricchito di atmosfere darkwave à la Diaframma degli albori, quelli di Miro Sassolini e di brani come Altrove o Xaviera Hollander. Una gestazione iniziata quattro anni fa con il precedente Il Numero Sette, e che ora trova un punto d’arrivo momentaneo ma deciso, molto chiaro fin dalle sospensioni profonde dall’apertura con Gittana, che se da un lato nel suo discorrere disperde un po’ la carica, dall’altro piazza una precisa dichiarazione d’intenti: quella di proporre un rock fortemente crepuscolare, che idealmente rimanda al pathos scuro dei Black Heart Procession, e pronto a mettersi coraggiosamente in gioco con stilemi al di fuori della confort zone del gruppo. Un approccio lodevole che dallo slowcore plumbeo della title track arriva a lambire tensioni à la Xiu Xiu, Piano Impreciso appare come una Fabolous Muscles meno insofferente e tagliente, ma tuttavia interessante nella riuscita; come anche a sperimentare un linguaggio vicino ai primi Non Voglio Che Clara, anche se con qualche incertezza vocale (Interludio con vento).
Musicalmente il disco si pone come un’affascinante progressione, che funziona soprattutto nei passaggi in cui l’equilibrio tra fraseggi emocore e tensioni wave viene centrato in modo sicuro, mentre trova dei limiti nelle strofe e in generale nei testi che andrebbero meglio calibrati. Se in prima battuta si può eccepire che non siamo fatti di solo struggimento, bisogna anche aggiungere che la poetica delle piccole cose utilizzata qui per argomentarlo richiederebbe un respiro più attento e meno esasperato (con le dovute differenze, quello che ci fa portare ancora nel cuore band come i Verme). Una scrittura in questo senso altalenante tra momenti riusciti e altri un po’ troppo affettati da risultare giovanilistici. Tornando al confronto con Pall Jenkins e soci per spiegarsi meglio, qui manca a volte quel minimalismo leggero nella scrittura ma denso nei sentimenti, che con uno slancio privo di fronzoli è capace di illuminare il dolore in modo disarmante (penso a un brano come Guess I’ll Forget You, ad esempio).
In definitiva, la strada intrapresa dal quintetto è interessante e per certi versi molto godibile, ma alcune argomentazioni non del tutto a fuoco fanno di Forme Complesse un disco perfettibile, qualcosa che in futuro potrebbe rivelarsi più concreto e destabilizzante.
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