Recensioni

7.3

Esattamente un anno dopo l’ottima sorpresa che fu Biscuits For Breakfast, la Ninja Tune pubblica il nuovo album di Fink. Ed è bene affermarlo subito: questo Distance And Time è un gran bel disco. Conferma e si spinge ben oltre le aspettative scaturite dall’ascolto del suo predecessore. Sono bastati soltanto dodici mesi a Finian Greenall, mente e cuore che si celano dietro la sigla Fink, per comporre queste nove canzoni toccanti prima di tutto. Non solo per il lavoro ancor più profondo svolto sulle liriche, ma anche e soprattutto per esser riuscito a semplificare il suo folk. Sì certo sono sempre ben presenti quelle influenze blues e soul, evocate soprattutto dai suoi virtuosismi vocali molto affini all’r’n’b, ma stavolta si ritagliano un ruolo più secondario mettendosi al servizio di un folk tanto scarno quanto naturale. È come se ci trovassimo dinnanzi a un José Gonzáles con voce nera e con un’immediatezza d’ascolto molto più marcata. Infatti, il Nostro è riuscito a limare quegli espedienti stilistico-vocali, qui presenti piacevolmente nella sola Get Your Share, che finivano per rendere alcuni passaggi di Biscuits… di un’autoreferenzialità gratuita, non necessaria. La prima impressione che lascia questo nuovo album è che Finian abbia puntato esclusivamente all’essenza dei brani, abbandonando in parte anche quegli orpelli elettronici molto presenti in passato. La dice lunga il fatto che a produrre e a partecipare attivamente alla creazione di Distance And Time c’è l’anima elettronica dei Lamb, Andy Barlow, con un ruolo che paradossalmente tende più a nascondere quei flussi digitali, percettibili soltanto in rari casi (So Many Roads in particolar modo), che a caricarli. Diventa però parte attiva nell’utilizzo di strumentazioni acustiche (chitarre, contrabbasso e percussioni) con un fare non invasivo ma sicuramente originale, da ingegnere del suono qual è. Che sia anche il suo notevole apporto a sancire il salto di qualità che questo album ha fatto fare a Fink è fuori di dubbio. Ma bisogna asserire però che la bellezza di queste nove canzoni non dipende esclusivamente dall’ornamento sonoro. È la penna di Fink ad averle scritte e a lui vanno i meriti di ciò. Infatti, episodi ammalianti come Trouble’s What You’re In e This Is The Thing segnano l’avvenuta conferma del suo talento artistico. Un disco da assaporare ascolto dopo ascolto.

E se ci lasciamo toccare tristemente da quella solitudine cantata in Under The Same Stars, una delle ballate più riuscite dell’album, presa coscienza dell’emozioni che Fink è riuscito a donarci con questo album, ci è lecito anche poter pensare però che sì le stelle saranno sempre le stesse, ma stavolta, luminose e calde oltremodo, sembrano quasi avvicinare il cielo, donando il segreto della notte.

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