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7.7

Il rischio è parlare di Fiona Apple più per il suo essere cantautrice atipica, per la battaglia in nome della libertà d'espressione condotta contro la Sony/Golia all'epoca di Extraordinary Machine (risolta con un non troppo lusihgiero gentleman agreement), o – peggio – per il ben noto stupro subito all'età di dodici anni. La sua musica potrebbe finire in secondo piano e sarebbe una profonda ingiustizia perché, come dimostra anche questo quarto album in tre lustri di carriera, è grande musica. Le dieci tracce che si celano dietro al titolo wertmülleriano (un enigmatico The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver Of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do) sono le più essenziali e crude che abbia mai composto, rivelando il conseguimento della maturità prima individuale che artistica.

C'è il piano, ovviamente, la voce mai tanto carnosa e capace d'incorporare sbavature timbriche come additivi espressivi, un contorno frugale e brumoso di percussioni, chitarre, autoharp, marimba e altri ammennicoli (ad aiutarla il producer/multistrumentista Charley Drayton) ad allestire scenografie da microcosmi vaudeville, fantasmi da bettola e teatrini scalcinati. Un meccanismo che ricorda quello del prewar folk, l'antimodernità come codice evocativo in rotta di collisione col presente, fantasmi vivi di popular music americana (e radicalmente Americana) agitati come spauracchio nostalgico di fronte ad un mondo che ha perso il senso del mistero, dell'inconoscibile. Il tutto però come proiezione delle inquietudini più bieche, struggenti, sanguigne che una donna possa provare nel golfo mistico della propria intimità. Qui prevale infatti il percorso personale, esercizi di solipsismo empatico che all'atmosfera preferisce l'indistinto, il cupo, ravvivato da fiammate di lirismo ora tenero ora ingrugnito (che diresti senza troppi indugi waitsiano).

Sembra concederci di sbirciare tra le pagine del suo diario verosimile, Fiona, ed ogni frase rubata è un motivo di sconcerto, di trasporto, di strisciante commozione. Canzoni che t'investono di tracotanza e inventiva, per l'estro percussivo e l'ebbrezza rag del piano (Left Alone), per la nevrastenia frugale sciroccata arty da cuginastra insidiosa di Rufus Wainwright (Daredevil), per l'ardita mescolanza di arcaico e metropolitano (i barbagli cabarettistici, le percussioni primordiali ed i cori ipnotici – ospite la sorella Maude Maggart – della sensuale Hot Knife). Canzoni che ti ammaliano esalando palpitazioni scostanti e problematiche, come l'indolenzimento introspettivo vagamente Eels (tanto per citare un altro bel tipo atipico) di Every Single Night, la marcettina agrodolce di Werefolf (echi ed ombre beatlesiane) e quel capolavoro in agrodolce di Valentine, tutto uno spampanare circospezione jazzy con angolosi guizzi swing.

Dove l'intuizione melodica non è al massimo (mantenendosi comunque su livelli più che accettabili), interviene l'interpretazione, splendida quando tira il freno a mano digrignando irrequietezza in Jonathan o agita la marionetta Waits nel doo wop orchesco di Periphery. Interpretazione che apprezzi proprio per la duttilità sbrigliata, capace di avvampare scomposta e cavernosa in Regret e cincischiare arguta nel gospel dadaista di Anything We Want. Un disco che sa essere formidabilmente peculiare utilizzando con sensibilità e genio ingredienti universali. A trentacinque anni la Apple si consacra tra le grandi.

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