Recensioni

Scongiurata l’ipotesi che il precedente Exit potesse essere un lavoro estemporaneo, Enter è, sin dall’indicazione fornita dal titolo, una sorta di dichiarazione di intenti per i tre Fire! Mats Gustafsson (sax ed elettronica varia), Andreas Werliin (batteria) e Johan Berthling (basso). Ricompattata l’orchestra da 30 membri ed espanse vertiginosamente le direttrici possibili del trio base – già ampiamente dimostrate negli album collaborativi – i tre invitano ad entrare in un mondo onnivoro e vario, caleidoscopico e etimologicamente eccentrico, schierandosi di diritto nella ristretta lega delle migliori big band della storia del free jazz. Il pensiero va alla Liberation Orchestra ovviamente, ma non è da meno certa Europa di fine anni sessanta (GUO, Peter Brotzmann Octet) che indicava già allora una strada più strutturata da seguire.
E se Exit spingeva più il pedale sul kraut, Enter, il nuovo lavoro strutturato come nel passato in due movimenti, vede Gustafsson oltre che responsabile della sezione fiati e primo sax facinoroso, direttore a tutti gli effetti dell’ensemble. La prima differenza che balza agli occhi è questa: più riguardo alle sezioni e di rimando alla partitura, con bellissimi momenti soul. Mariam Wallentin, già cantante in alcuni dei lavori citati, adotta una tecnica vocale che la dipinge furiosa e nera, poi straripante e demoniaca sul primo quarto di movimento, dove il gruppo inizia a raccontare una storia di suoni al bivio. Ciononostante i registri non seguono una logica di facili costumi, tendendo a scontrarsi per poi rientrare in carreggiata.
In questo l’approccio dell’altro cantante, Simon Ohlsson, rimanda a cadenze più rock, e riduce il peso dell’improvvisazione. È contemplato il caos, ma sempre in una dimensione onirica. Qui il trait d’union col secondo movimento: tratteggi elettroacustici e una passione che ritorna al soul come ad indicarne il dado tratto. I minuti successivi tendono a slabbrare la ritmica con incisi di batteria e tutta la sezione fiati richiamata all’ordine, ed è lo scioglimuscoli prima del recupero elettroacustico e del tema cantato da Sofie Jernberg, terza voce. A metà episodio Gustafsson vuole un andamento tronfio, iperconnesso e saturo; piegato su un proprio alfabeto, il canto si avviluppa in un corale chiudendo il lavoro nel migliore dei modi.
Enter dona quiete e nevrosi allo stesso tempo, non può dirsi né prolisso né riduttivo e a caldo è un album che piace, piace veramente tanto.
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