Recensioni

Se Enter era un matrimonio tra kraut, soul, jazz, tutto tenuto da un’agitata quanto disciplinata scrittura musicale, oltre che un lavoro che in qualche modo superava in ordine di eleganza stilistica il debutto di Exit!, Ritual, terzo disco della Fire! Orchestra, sembra far pulizie in casa e tra i vinili. Il mega-gruppo agli ordini di capitan Gustafsson ha selezionato, setacciato, senza perdere di vista l’agenda del più assertivo free. Edito sempre da Rune Grammofon, il disco è suddiviso in cinque parti registrate in due giorni di euforia e che traghettano verso una maggiore sobrietà di stili.
Come prima scelta una scaletta di canzoni, più che atti o movimenti come era stato per i lavori sopracitati. Stessa invece la struttura da big band: a partire dallo zoccolo duro, il nucleo “Fire!” (Gustafsson, Berthling e Werliin), a cui si aggiunge la presenza ormai stabile delle cantanti Mariam Wallentin e Sofia Jernberg. Ben sedici invece i musicisti a corredo del sound, con provenienze non solo scandinave. Se nel 2012 tale progetto poteva suscitare qualche dubbio sulla riuscita effettiva, oggi ci si trova costantemente nelle condizioni di registrare il seguito che la band sta ottenendo in Europa, nei vari festival. A nostro avviso, quello che attrae di quest’idea, non unica nel suo genere, è la jam tra black music e free jazz, tra soul e kraut, o meglio la capacità – questa sì, spesso smarrita – di recuperare dalle radici assonanze melodiche di base (dal Mississippi blues fino alla performance hendrixiana) e condurle su altri campi, meno battuti ma di buona semina (free, kraut, contemporanea).
Ritual computa sia la jam che la contaminazione, ma sembra privilegiare una fruibilità differente. I risultati sono intriganti. L’abilità vocale della Wallentin e quella tecnica della sezione fiati, sostenuta da Gustafsson, fanno da sherpa in Part 1, tratteggiando un quadro da soul compulsivo e claustrofobico ma orchestrato epicamente. Deliziosa la dissolvenza psichedelica. In Part 2 esordisce il free di Gustafsson, sorta di intro al brano vero e proprio che sembra prendere spunto da The Thing; Part 3 dà spazio in primo luogo all’industrial noise (un po’ terrorismo sonoro, un po’ no rock) in cui l’ensamble non sembra trovare novazioni sostanziali oltre alla già sviscerata tradizione contemporanea, in secondo luogo all’interpretazione orrorifica della Wallentin e in terzo luogo ad una ripresa tra il cameristico e il bandistico che in parte controbilancia le ritirate del mega-gruppo di qualche minuto prima. E se Part 3 può sembrare uno scherzo di cattivo gusto, Part 4 cerca di raddrizzare la barca ritornando alle fortune soul jazz di Enter con qualche endovena di sano rock, la cui chiave interpretativa viene accettata anche dalla cantante. Chiude l’adagio pianistico di Part 5, i fiati brumosi, l’assolo impareggiabile e il cantato soulful circondato da suoni destrutturati. Un finale perfetto.
Fire! Orchestra continuerà, come dicevamo su queste colonne a proposito di Exit nel 2013, a mietere vittime al di fuori dei confini di genere anche con questo lavoro un po’ più standard. Primo perchè non c’è genere che in quattro anni non sia stato rivitalizzato da questa compagine, secondo perchè abbiamo a che fare con dei professionisti poliedrici. Tre è un numero perfetto! Che sia un cerchio che si chiude? Speriamo di vederne ancora delle belle.
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