Recensioni

6.5

Riassunto delle puntate precedenti. Nel 2008, in un boschetto probabilmente vicino alla loro casa di Eskede, nei dintorni di Stoccolma, le minorenni (sono nate nel 1990 e nel 1993) Klara e Johanna Sodeberg registrano una cover di Tiger Mountain Peasant Song dei Fleet Foxes con l'ausilio di una sola chitarra acustica e le loro voci. Risultato: il video fa il giro del mondo con apprezzamenti trasversali che portano, nel gennaio del 2010, a un esordio su album, Big Black and Blue (Wichita Recordings, 6.4), tutto schizzi di Kentuky country, Joni Mitchell, Dolly Parton e Louvin Brothers. L'anno successivo arriva un'interpretazione di Dancing Barefoot che fa commuovere Patti Smith durante uno show televisivo e il gotha del maistream apre oramai le proprie porte, grazie alla spinta in UK di NME e nel nordamerica dalla fatica di un lungo tour, complice Jack White.

Lion's Roar è il secondo disco per le giovani Heidi scandinave e per le loro capigliature hippie, il loro stile che fa tanto Summer of Love ("ci piacciono le canzoni agrodolci, quel tipo di canzoni che ti fanno un effetto diverso a seconda di come le interpreti in quel preciso momento") e circondate da una ammirazione che non esclude nessun partito del folk/country che si rispetti, dai già citati fan Jack White e Patti Smith (ok, non proprio country/folk, ma conta, eccome se conta) ai collaboratori di questo sophomore (registrato a Omaha): Mike Mogis e Nate Walcott dei Bright Eyes, Felice Brother e Conor Oberst.

Cosa dire, una volta tolta la polvere mediatica? La formula è poco più che una calligrafia dei loro idoli dichiarati, ovvero Gram Parsons, Johnny Cash e Hammylou Harris (qui omaggiata anche da un brano, Hammylou), appena sporcati di modernità (sempre retrospettiva, per carità) dei Fleet Foxes (dei quali riescono a replicare senza apparente fatica gli intarsi vocali) o dell'afflato pop degli Everly Brothers. Il problema è che laddove i succitati artisti sono riusciti a infilare raffinate narrazioni (musicali) del mondo, le due sorelle di Stoccolma non vanno oltre un'ottima interpretazione. Come ricordava un vecchoi adagio che si applicò, a suo tempo, all'esordio di Joss Stone, prima di poter davvero cantare l'arcobaleno delle umane emozioni e dei terreni sentimenti, bisogna almeno un po' aver vissuto, amato, sofferto. Elementi che Johanna e Klara non hanno ancora esperito in quantità sufficiente.

Certo, pare che di talento ce ne sia a sufficienza per giustificare tutte le ottime recensioni e le lodi sperticate che ne seguiranno. Ma permetteteci di dubitare, perché non è solo una questione di "si faranno con l'età" (è una cosa che qualcuno avrebbe mai avuto il coraggio di chiedere a Nick Drake? Ma basterebbe pensare anche solo a Dylan LeBlanc): è una questione di sensibilità, di visione e di molto altro, che non è detto che le due non posseggano, ma non hanno ancora mostrato. Per il momento siamo di fronte al loro, seppure di livello altissimo, karaoke personale.

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