Live Report

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L’opinione ormai diffusa è che Wayne Coyne e compagni continuino a far dischi per giustificare la loro attività live. I più irritati da tutto ciò hanno iniziato a denigrarli anche sotto questo aspetto, affermando che se il Circo Barnum (quello vero) ha chiuso i battenti, non si capisce come mai i Flaming Lips continuino con la loro baracconata sempre più simile ad uno show disneyano con molta meno tecnologia ma molto più lisergico.

Il punto è che non importa quanto si possa essere prevenuti nei confronti della band dell’Oklahoma, se i Flaming Lips decidono che vi dovete divertire c’è ben poca resistenza da opporre. E pazienza se il sorriso di Wayne Coyne sembra più forzato del solito o se qualche trovata scenica, almeno sulla carta, ha fatto ormai il suo tempo. L’obbiettivo viene perseguito fino in fondo e alla fine ad avere la meglio sono sempre loro. Anzi, all’inizio, visto che sotto la pioggia di coriandoli e palloni giganti, investiti dai fasci di luce di fari e mega schermo, annebbiati dai suoni sgargianti e dalla crema lisergica di Race For the Price, non si può che capitolare.

Siamo appena al primo pezzo ma il resto è tutto in discesa e prescinde in larga parte dalle considerazioni più “tecniche”, che pure in questa sede occorre fare. Tocca quindi registrare un Coyne quasi totalmente afono per la prima parte dello spettacolo (doppiato vocalmente da uno Steven Drozd in gran spolvero); una formazione a sei elementi con doppia batteria e una strumentazione quasi interamente digitale; l’introduzione di nuovi espedienti di scena (There Should Be Unicorns cantata in sella ad un unicorno che se ne va in giro per la sala, i bulbi oculari giganti di The W.A.N.D.) che vanno ad unirsi a quelli ormai rodati (il giro sulla folla all’interno della palla durante la cover di Space Oddity) e ad un lightshow mozzafiato.

Ovviamente sono dettagli di uno show che aggredisce i sensi e il cuore, lasciando poco spazio alle razionalizzazioni. Più interessante semmai è constatare come la tracklist, con buon pace di chi avrebbe gradito incursioni nel repertorio più antico (o in quello più recente) sia incentrata interamente sugli album più cinematici, opportunamente riarrangiati per assimilarsi meglio con le atmosfere elettroniche e rarefatte dell’ultimo Oczy Mlody. In questo senso, al netto di quello che avviene sul palco, il passaggio fra una What Is The Light? in assenza di gravità e l’eterea grazia della nuova How?? avviene senza soluzione di continuità.

Rispetto alle date che l’hanno preceduta, quella milanese viene graziata dall’inclusione di due brani in più. E che brani!  Si tratta di una Feeling Yourself Disintegrate da brividi e una Waitin’ For a Superman solo per piano e voce. Quest’ultima non è solo il momento più intenso dello show, ma la dimostrazione che sotto gli effetti speciali più o meno low-tech ci sono performer inossidabili dal cuore che pulsa. Il tutto si conclude, come da copione, sulle note di Do You Realize?? cantata a gran voce da un pubblico che lascia la sala con il sorriso stampato in volto.

2 febbraio 2017
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